I giochi di guerra di Kathryn Bigelow
La guerra è una droga, racconta Kathryn Bigelow, regista cult di Point Break e Strange Days. È adrenalina pura che pompa nelle vene di un gruppo di artificieri volontari in Iraq, dove il pericolo può nascondersi ovunque. Al cinema dal 10 ottobre, ecco The Hurt Locker nelle parole della regista e del reporter premio Pulitzer Mark Boal.
Il film non sembra contenere alcuna dichiarazione politica, ma vuole piuttosto parlare della vita interiore e della psicologia degli uomini coinvolti in questa guerra: era questo l’obiettivo?
Kathryn Bigelow: Non ero interessata a polemizzare, ma ad avere una visione chiara, una profonda comprensione di una particolare psicologia. Volevo far sì che il pubblico si mettesse nei panni dei soldati, in modo da esprimere un giudizio informato e avere l’opportunità di sperimentare la guerra dal punto di vista dell’osservazione diretta, che ho potuto rappresentare grazie a Mark Boal, che è stato inviato in Iraq.
Sembra che la macchina da presa vada in giro a osservare persone, cose, animali, non solo per l’eventuale minaccia che questi potrebbero nascondere, ma anche per creare un senso di disorientamento.
KB: Ho cercato di mostrare un ambiente che fosse il più accurato, ricco e completo possibile. Far vedere i dettagli che ognuno di noi noterebbe se si trovasse in una di quelle strade, in mezzo a una situazione del genere. Volevo che la macchina da presa e il pubblico sperimentassero questo: non il sapere cosa rappresenta una minaccia e cosa no, ma essere consapevoli di ogni dettaglio dell’ambiente circostante, proprio come devono fare i soldati che combattono questo particolare tipo di conflitto.
Questo occhio vagante è uno specchio delle psicologie dei suoi personaggi?
KB: Sì, penso che sia un’estensione psicologica, ma non letterale. La paura dell’ambiente che ci circonda può disorientare e destabilizzare, ma allo stesso tempo concretizzarsi: così tutti gli elementi banali scompaiono e tu cominci a vedere solo il filo elettrico rosso che fuoriesce dai calcinacci, o la busta bianca della spazzatura che svolazza in lontananza, e quindi ti concentri su queste potenziali minacce e non puoi permetterti di sbagliare.
Come è stato lavorare in Iraq e trasformare delle storie vere in un film, passando dalla realtà alla finzione?
Mark Boal: Passare dall’osservazione diretta a una sceneggiatura è un’esperienza incredibile ed emozionante, specialmente quando si lavora con una regista come Kathryn che riesce a rappresentare il tutto in modo forte, realistico e vissuto. È stato un onore.
Federico Gironi per Coming Soon Television
ven, 10 ott 2008
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