Daniel Craig: la mia sfida

A pochi giorni l'uno dall'altro escono nelle sale italiane due film che rinnovano l'interesse da parte del cinema verso un periodo storico che solo apparentemente ci siamo lasciati alle spalle. Se Operazione Valchiria narra dell'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 pianificato dal militare tedesco Stauffenberg, Defiance — I giorni del coraggio porta all'attenzione pubblica una storia che in pochi conoscono. Nel dramma storico diretto da Edward Zwick (già regista di Attacco al potere, L'ultimo samurai e Blood Diamond e produttore di Traffic) si racconta dei fratelli Bielski che scamparono allo sterminio nazista portando in salvo migliaia di ebrei nascondendoli nella foresta di Nabiloki, dove misero in piedi un vero e proprio villaggio segreto.

 

Tratto dal libro di Nechama Tec, Defiance — Gli ebrei che sfidarono Hitler e realizzato grazie ai finanziamenti francesi, spagnoli, italiani, tedeschi e britannici — perché, come ha sottolineato il regista, gli europei sono più sensibili all'argomento — il film ha come tema centrale la fratellanza, l'amore e il coraggio. A dare il volto all'eroe per caso Tuvia Bielski è Daniel Craig, che abbiamo incontrato a Roma insieme a Edward Zwick.

 

Come spiegate il rinnovato interesse del cinema per questo specifico periodo storico?

Daniel Craig: Quello che è accaduto durante la II Guerra Mondiale è rilevante ancora oggi in quanto stiamo ancora soffrendo e subendo le conseguenze delle decisioni che sono state prese durante e dopo il conflitto e a causa dei trattati che sono stati firmati e poi calpestati. Sebbene siano molti i registi che ultimamente stanno portando sul grande schermo storie ambientate in quel periodo non voglio e non posso credere che si tratti di un trend e trovo ridicolo quando si parla di genere cinematografico. La verità è che è importante continuare a parlare di quei giorni per invitare il pubblico a riflettere. Se lo spettatore, uscendo dalla sala, si domanderà cosa avrebbe fatto in quella situazione avremo raggiunto il nostro obiettivo.

Edward Zwick: Tutti quelli che sono sopravvissuti all'Olocausto oggi hanno più di ottant'anni e questo può essere uno dei motivi che si cela dietro la realizzazione di questo genere di film. Poiché i testimoni diretti dei fatti si stanno riducendo di numero, ed è probabile che tra cinque o dieci anni non ce ne sarà più nessuno, tra gli artisti si sta diffondendo una sorta di ansia perché a breve nessuno potrà raccontare quella storia attraverso le dirette parole di chi l'ha vissuta. Questa è l'unica spiegazione plausibile.

 

Al cinema non si era ancora affrontato il tema degli ebrei "guerrieri".

Edward Zwick: È vero, ma per capire a fondo la storia degli ebrei e in particolar modo la loro indole combattente bisogna iniziare dalla Bibbia. Leggendo il libro di Giosuè e i primi libri del vecchio testamento ci si rende conto della componente guerriera nella cultura ebraica. Defiance mette in risalto questa loro caratteristica e mostra come gli ebrei abbiano cercato di preservare la loro cultura e recuperare quello che gli era stato tolto attraverso la resistenza, l'opposizione e la lotta. Nel film ci sono richiami alla diaspora e a Mosè e Aronne attraverso il contrasto tra i due fratelli Bielski, ma fa pensare anche ai rifugiati di oggi, costretti a fuggire mentre qualcuno cerca di cancellare la loro cultura. È importante però capire che la brigata Bielski ha avuto la fortuna di potersi ribellare grazie a una serie di circostanze, a differenza dei sei milioni di ebrei che sono morti. Tuttavia lo spirito che li animava era lo stesso.

 

Come hai approcciato la trasposizione cinematografica del romanzo?

Edward Zwick: Ho sempre visto e sentito questo film come una storia che parla di persone cariche di passione e sentimenti che sono state in grado di aggrapparsi alla loro umanità in un periodo oscuro della nostra storia. Ho voluto che i personaggi fossero carichi di emozioni cosicché lo spettatore la percepisse e ne fosse soggetto, un feeling che solo un film può creare. Per fare tutto questo non abbiamo dovuto abbellire la storia perché tutti gli elementi che ci occorrevano erano nella vita vera dei fratelli Bielski.

 

Cosa ti ha colpito del progetto al punto da accettare il ruolo per un compenso modesto rispetto ai tuoi standard?

Daniel Craig: Benché conoscessi altri movimenti della resistenza e la rivolta di Varsavia del '43, non avevo la minima idea del fatto che un gruppo di ebrei si fosse ribellato alle SS in quegli anni. Mi sono documentato leggendo alcuni libri sui fratelli Bielski, con particolare attenzione per il romanzo dal quale è tratto il film. Ho amato da subito il mio personaggio, perché non è un eroe, è solo un uomo che cerca di salvare se stesso e i suoi fratelli e quasi per caso finisce per diventare il leader di un gruppo di sopravvissuti. Come attore non vedo l'ora di poter interpretare personaggi umani come Tuvia. Ho accettato di prendere parte a Defiance anche a costo di dimezzare il mio compenso perché un film del genere non si fa per soldi ma per amore.

 

La tua scelta di fare Defiance ricorda quella di Sean Connery, che dopo aver vestito gli abiti di 007 ha interpretato La collina del disonore.

Daniel Craig: Non scelgo mai un ruolo in maniera premeditata. Reagisco al materiale che leggo, non sto lì a pensare che visto che ho interpretato un certo personaggio dovrei subito dopo interpretarne un altro che si allontani il più possibile. Penso che il risultato di un film fatto più per dovere che non per piacere sia sempre pessimo. In genere scelgo i ruoli sulla base di una buona sceneggiatura o perché mi piacerebbe lavorare con un regista, come è successo con Defiance. Inoltre amo i personaggi complessi, ambigui, come Tuvia. Come dicevo, lui non è un eroe, commette anche molti sbagli, e mi è piaciuto il fatto che in questo film non si sia omesso niente su quanto accaduto in quei giorni.

 

Quanto è stata dura girare nella foresta di Nabiloki?

Daniel Craig: Sin dall'inizio era stata presa la decisione di girare ricorrendo soltanto alle luci naturali, il che ha reso necessario che tutti fossero sempre presenti sul set. Non era possibile rifugiarsi nelle roulotte per riposarsi o restare al caldo perché ognuno di noi poteva essere chiamato da un momento all'altro. Questo ha giovato a tutti perché si è creata immediatamente una sensazione di vicinanza, non solo con gli altri interpreti ma anche con il resto dello staff. Certo, faceva freddo e pioveva spesso, ma cercavamo tutti di pensare al fatto che quel gruppo di persone aveva davvero vissuto in quelle condizioni per tre inverni di fila.

 

Si può tracciare un parallelo tra la vicenda del film e quello che sta accadendo oggi nella Striscia di Gaza?

Edward Zwick: Assolutamente no, ed è importante essere specifici sulle differenze tra l'Olocausto e il momento storico che stiamo vivendo oggi. Allora gli ebrei sapevano che potevano morire da un momento all'altro, si confrontavano con un genocidio che metteva in dubbio l'esistenza stessa della loro razza, erano delle vittime e lottavano per la sopravvivenza. Oggi ci sono altri genocidi nel mondo, basti pensare al Darfur, alla Bosnia, al Rwanda, ma quello del Medio Oriente non si può chiamare genocidio. Credo che per poter parlare in termini cinematografici delle complessità del conflitto Israele-Striscia di Gaza ci sia bisogno di tempo. Solo con la giusta distanza dagli eventi si può cercare di distillarli e concentrarli in un film di due ore. È compito dei giornalisti, dei commentatori e dei saggisti portare all'attenzione della gente quanto accade oggi perché ciò esige un'analisi accurata. Invece trovo che sia una virtù straordinaria poter parlare di quello che è accaduto nel passato in quanto i giovani spesso, non leggendo libri di storia, non ne sono a conoscenza e il mezzo cinematografico può colmare le loro lacune. Proprio per questo motivo è dovere di ogni regista dare la rappresentazione che sia il più fedele possibile agli eventi del passato.

mar, 27 gen 2009 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Movies  Daniel Craig

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