Vinicio Capossela: incanto e disincanto

Da Una giornata senza pretese a Una giornata perfetta ne sono passate

tante, però da giovani si è più malinconici, ammette Vinicio Capossela, per

anticipare il mood del suo nuovo album. "Un mio amico ascoltandolo ha detto che il guarito si capisce sempre che è stato malato. La sua nuova salute è comunque conseguenza di una malattia". La guarigione del cantautore è rappresentata dai dodici brani di Da solo, un disco intimo che offre riparo ai figli del genere umano.

 

Sei un artista che prende impegni con l'ispirazione. Nel caso di Da solo, sotto quale forma si è materializzata?

Questo disco trova l'ispirazione nell'intimità e nella sincerità. Dopo la mitologia, la religione, Michelangelo, i marinai, le canzoni della Cupa, sono tornato a casa e ho trovato il mio piano, il mio vecchio Duysen, che era sopravvissuto a tutto questo. Così ho iniziato a occuparmi dei brani che non avevo mai portato a termine. Canzoni personali che mi riguardavano molto da vicino. Si arriva a un punto nella vita in cui bisogna capire chi si è. Quando poi passa abbastanza tempo da poter scrivere senza bruciarsi, allora è il momento di incontrare il gigante e il mago (il brano che apre l'album, ndr).

 

Nel disco parli molto dell'America. Cos'è per te l'America di oggi?

È un paese dove ci sono moltissimi disgraziati che si trovano su un carrozzone: in questi casi, anche quando sei l'ultima ruota del carro, ti senti comunque parte di un gran carro. La cosa che mi ha sempre colpito, a parte New York che è un'eccezione, è il corpo silente dell'America, dove si sente questo sventolare di bandiere a vanvera. C'è molta solitudine e molte vite cadenti. L'America è come la metafora del suo libro forse più importante, Moby Dick. In nome della sua ossessione il capitano Achab conduce tutto il resto dell'equipaggio verso una direzione che non è esattamente quella che li porta in salvo. Lasciando stare la politica, quello che mi colpisce profondamente è la grande scenografia e il vuoto dietro, esattamente come questi side show che sono divertentissimi, con il gigante che sputa fuoco e ti invita a entrare e poi dentro trovi il nulla a parte una mucca deforme.

 

Cosa ti piace invece?

L'America che ho trovato nella letteratura, ad esempio. Questi hobo sui treni merci, le piccole comunità come in Spoon River o nei Racconti dell'Ohio di Sherwood Anderson che ti permettono di mettere a fuoco tutte le storie e i disastri. Ma questo è anche un disco sulle relazioni tra gli uomini e le donne. È straordinario il modo variegato e complesso in cui gli uomini e le donne hanno la possibilità, e la realizzano, di farsi del male in nome dell'amore.

 

Per quanto attuale nei contenuti, musicalmente Vetri appannati d'America sembra raccontare un'altra epoca.

Non è del tutto esatto. Quest'America che conosciamo attraverso il cinema e la

letteratura è una specie di archetipo a cui ognuno si rifà perché appartiene a

tutti e a nessuno. In realtà esiste sempre una certa suggestione ed è la nostra

epica personale a renderla tale. Io credo che la musica abbia questa grande

possibilità di epicizzare le cose e di sottrarle alla loro temporalità. Si può

raccontare qualcosa di estremamente attuale mettendoci intorno un'epica più

antica, così come antichi sono i banconi dei bar, i Wurlitzer o l'Esercito della salvezza. Cose che si evolvono e cambiano nel tempo ma continuano a fare parte dell'immaginario. È come dire che Roma non ha più Alberto Sordi. C'è una componente nello spirito di un posto e della gente che va al di là del tempo. Probabilmente Sordi c'era ancor prima che nascesse.

 

Mauro Gervasini, parlando di cinema post-11 settembre, ha ritenuto che sia stato un disco — The Rising di Springsteen — a fotografare con precisione gli eventi storici.

Da un certo punto di vista credo che la forma della canzone sia qualcosa che forse può addirittura contenere meglio delle cose incontenibili. Il cinema da un lato è straordinario perché interiorizza le immagini, però dall'altro le chiude in un immaginario contingente, soprattutto se applicato alla realtà. Nel cinema siamo sempre spettatori, invece nella forma della canzone, e ancora di più nella letteratura, c'è qualcosa che ci mettiamo noi ed è il più grande scenografo del mondo: la nostra immaginazione. C'è molto più spazio per abitare le canzoni che non i film.

 

Rimanendo in tema, Una giornata perfetta è un omaggio a Chaplin? Possiede tutta la felicità del personaggio del vagabondo.

Davvero? Non c'è un collegamento diretto. In realtà ho pensato a Paolino Paperino quando sta per andare a prendere la sua fidanzata con la 313 e un cestino da pic-nic. Una giornata perfetta per me è esattamente del colore azzurro del cestino della merenda dell'asilo e del cielo azzurro come quel cestino. È il momento dell'attesa, poco prima che succeda qualcosa. Quel momento così passeggero e temporaneo di ingiustificata felicità.

 

In effetti Da solo sembra dire che nella vita c'è bisogno di trovare degli interstizi nei quali rifugiarsi.

I miei dischi cercano sempre di rappresentare un bene rifugio. Si sottraggono all'sms che pretende l'attualità continua, e in questo senso Da solo non presenta alcuna novità. Tuttavia è importante riuscire a tenersi da parte una propria innocenza, uno sguardo non del tutto consumato dall'esperienza. L'incanto è qualcosa che non bisognerebbe perdere ma ha poco a che vedere con la modernità mutilante: perdere il tempo impiegandolo a tutti i costi. Glenn Gould diceva che per ogni 'x' tempo passato con gli altri abbiamo bisogno di 'x' tempo da passare in confidenza con noi stessi. Sono rimasto favorevolmente impressionato dall'usanza che c'è nei paesi musulmani dove quando il muezzin inizia a cantare, qualsiasi cosa si stia facendo, tutti si tolgono i calzari e si prostrano nella preghiera. Io penso che quella preghiera

sia in realtà un momento di grande intimità perché non c'è un ufficiante, ognuno ritrova dio per conto suo. E in realtà ritrova se stesso.

 

L'ascolto dell'album suggerisce che ti sia preso tutto il tempo per farlo, contrapponendosi ai ritmi frenetici di oggi.

Sono felice di aver confuso le idee così bene, perché ho impiegato un mese esatto a scriverlo e tre a registrarlo! Ho iniziato a scrivere i pezzi il 31 ottobre

dell'anno scorso, a Halloween. Abbiamo cominciato a registrarlo il 6 gennaio all'epifania e il 25 aprile, il giorno della liberazione, era finita anche la scaletta;

dunque è veramente il disco più istantaneo della mia carriera. Quanto al tempo, in effetti Da solo è una specie di aria con delle variazioni perché più o meno i pezzi si richiamano tutti l'uno con l'altro. È come un prisma che ti fa vedere la stessa cosa da dodici diverse angolazioni. C'è una certa uniformità, un'organicità che tra l'altro non prevede brani "ritmati". In pratica si tratta di un disco di ballate.

 

Però è pieno di crescendo sommessi.

Tutti i brani hanno a che fare con una forma che richiama l'inno, che non si deve intendere come quello nazionale ma come un brano che ha una sua solennità, seppur dimessa. Quanto più è applicato a situazioni di disgrazia tanto più è solenne. È la forma più epica della musica povera. Nel disco ce n'è anche uno vero, Non c'è disaccordo nel cielo, che riprende il titolo di un vecchio inno scritto dal maestro Frederick Martin Lehman.

 

C'è un tema ricorrente nei tuoi dischi, la clandestinità.

La clandestinità alla quale faccio riferimento è una vocazione del tutto naturale che da quando hai sei anni ti spinge a sgattaiolare fuori dalla porta senza dire ai tuoi dove stai andando. Poi una volta grande e sposato ti spinge a covare altre nature. È tutto espresso nel verso di Orfani ora, "se non si divide il buio si tradirà sempre la luce". È una questione che riguarda i rapporti personali e anche il cammino della clandestinità. Tutto il dolore e la fatica che ci vogliono per riuscire ad affermare la propria natura a testa alta.

 

Come mai hai scelto un contrasto così forte tra la musica e il testo in Lettere di soldati?

Per raccontare una cosa così enorme, così disumana, bisogna avere la freddezza del chirurgo perché qualsiasi cosa ci si metta in più rischia di essere patetica. Quello che mi impressiona, fruendo della guerra dal punto di vista mediatico, sono i termini con i quali si definiscono le cose e le regole, come le regole di ingaggio. È una cosa straordinaria che si possa stabilire che a cinquanta metri valga questa regola, a trenta un'altra e a dieci un'altra ancora. Come si può portare a raziocinio, o comunque al legale, una cosa del genere? Per affrontare il tema della guerra la soluzione musicale doveva essere assolutamente priva di enfasi.

 

Ovunque proteggi, che chiudeva l'omonimo disco, sembrava già indicare la strada di questo nuovo lavoro. Da solo sembra chiudere

un cerchio. Come Ulisse sei tornato a casa?

Non ci avevo ancora pensato. Quindi è già ora di ripartire. Perché anche Ulisse, quando tornò a casa, trovò Penelope che ormai si era fatta vecchia, Telemaco che aveva sedici anni, l'età in cui i figli rompono più le scatole e sono insopportabili. Lui era il re, vide la nave, la fermò e disse "mi dispiace, ma dovrò di nuovo ripartire".

 

photo credit: Chico De Luigi

ven, 7 nov 2008 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Capossela

Commenti

Nessun commento.

I commenti sono chiusi.

Segnala a un amico via email