Anton Corbijn: ricordi (di Ian Curtis) in bianco e nero

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È celebre per aver lanciato gli U2 sulla scena rock internazionale, immortalandoli in bianco e nero nel deserto della Death Valley per la copertina di The Joshua Tree. Anton Corbijn, classe 1955, un passato da fotografo (e videomaker) delle star del rock e un futuro come regista di cinema, mondo sul quale si affaccia per la prima volta con Control, la storia di Ian Curtis dei Joy Division. Liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Deborah Curtis, Touching From A Distance, il film di Corbijn è stato girato a colori e in seguito trasferito in B/N per mantenere intatto lo spirito e il mood dell'epoca.

 

È vero che al vostro primo incontro i Joy Division sono stati un po' ostili con te?

Erano del nord dell'Inghilterra ed erano diffidenti di natura. Alle presentazioni non mi strinsero nemmeno la mano. Solo dopo la sessione fotografica tornarono da me e lo fecero, il che mi fece capire che quel giorno avevamo fatto qualcosa di speciale insieme. Eppure all'epoca quella foto non me la volevano pubblicare perché li avevo ritratti di spalle e nessuno pensava che la nuca di un gruppo potesse essere vendibile. Oggi quell'immagine è famosissima e questa è un'altra ragione per cui mi sento così legato a loro. Fare questo film ha significato chiudere un cerchio. Loro sono stati il motivo che mi ha spinto a trasferirmi in Inghilterra all'inizio della mia carriera. Con Control ho voluto chiudere quel capitolo della mia vita.

 

Era il 1979 quando ti sei trasferito a Londra. Mi faresti una fotografia di quegli anni?

Era un periodo di grande cambiamento, con la Thatcher che era appena salita al potere. Ricordo che ero povero in canna e Londra poteva essere una città davvero brutale se avevi pochi soldi. Lo ricordo però anche come un periodo molto eccitante perché era l'anno di London Calling dei Clash, di Metal Box dei Public Image Ltd., dell'esordio degli Specials. C'era tantissima musica e trovarsi in mezzo a una scena così fertile è stato fantastico. A quell'epoca il mondo era un posto molto più grande e ci sembrava di stare al centro del mondo, come parte di quel movimento musicale. Devi anche considerare che allora l'Inghilterra, essendo un'isola, era molto più appartata a differenza di oggi, e l'Europa ci sembrava così distante.

 

Credi che la tua voglia di rifugiarti nella musica sia in parte dovuta al fatto che tuo padre era un predicatore protestante?

Credo che negli anni '60 la musica abbia per la prima volta iniziato ad avere una forte influenza sui giovani. Questo ha rappresentato un'enorme barriera fra quelli della mia generazione e i nostri genitori, perché noi avevamo qualcosa che loro non avevano avuto e non ci potevano capire. Tuttavia, per quello che mi riguarda, i miei non mi hanno mai ostacolato nel mio percorso, sebbene mi vietassero di andare ai concerti di domenica, il giorno della messa.

 

Tornando a Control, il titolo sembra incorporare diversi significati.

Sì, diciamo che è ispirato alla canzone She's Lost Control, ma si riferisce anche al fatto che Ian era ossessionato dal controllo. Voleva avere il controllo sulla sua musica, sulla band, sulla sua vita. Allo stesso tempo non riusciva ad avere il controllo sul suo corpo a causa dell'epilessia, e su un altro livello si potrebbe vedere il suo suicidio come la volontà di controllare il suo destino.

 

Per essere un film basato sulla vita di un cantante, c'è relativamente poca musica. Ci sono invece molti silenzi, in cui si sentono addirittura i lievi scricchiolii degli interni inglesi. Come mai questa scelta stilistica?

Quello che non mi piace dei film di oggi è che sono saturi di musica e spesso ci sono così tanti effetti sonori che non c'è alcuna profondità in quello che vedi. Io ho sempre usato la musica solamente nel momento in cui aveva davvero a che fare con le immagini. Mi viene quindi naturale sviluppare la trama in questa maniera e sono stato molto attento ai dettagli in questo senso. Nel caso di Control era anche necessario avere un atteggiamento intimista, perché è la storia di un ragazzo che diventa cantante e deve affrontare una serie di problemi che hanno un effetto drammatico e traumatico sulla sua vita. Volevo che il suono e lo score del film avesse quel tipo di inclinazione. Poi ovviamente ci sono le magnifiche canzoni dei Joy Division e di altri gruppi dell'epoca, ma fanno solo da contorno alla storia.

 

Si dice che tu abbia scelto Sam Riley per il ruolo da protagonista dopo aver visto come fumava.

C'erano delle cose in lui che mi ricordavano tantissimo Ian, a partire dal modo in cui fumava, è vero. In Inghilterra poi c'è l'abitudine di indossare pochi vestiti anche quando fuori si gela, e quando l'ho incontrato lui era fuori che fumava tenendosi stretto nella sua giacca di pelle, proprio come faceva Ian. Al di là di questo, Sam ha tantissime qualità e man mano che andavamo avanti con la lavorazione era sempre più evidente che rappresentava la scelta perfetta. All'inizio ho pensato: ok, credo di averlo trovato. Ma quando abbiamo iniziato a girare si era totalmente trasformato in Ian.

 

Soprattutto nelle esibizioni dal vivo sembra di rivedere Ian.

A differenza di oggi, negli anni '70 non tutto veniva documentato. Anche se può sembrare assurdo, non c'è nessun filmato di Ian Curtis in circolazione, nessuna intervista, nessun materiale d'archivio. L'unica cosa che avevamo erano le riprese delle sue esibizioni dal vivo e per questo motivo Sam ha potuto studiare i suoi movimenti e riprodurli alla perfezione. Per tutto il resto, siamo stati costretti a interpretare quella che pensavamo fosse la giusta movenza e postura, ma non possiamo esserne certi.

 

Immagino che tu abbia avuto una serie di nozioni dalla moglie, l'autrice della biografia.

Sì, ho incontrato Debbie prima di iniziare a girare. È evidente che soffra ancora molto per quello che è successo, e questo è il motivo per il quale ha scritto il libro, ma continua a vivere, per scelta, nello stesso quartiere dove viveva con il marito. Ovviamente ho anche incontrato Annik, la fidanzata di Ian, perché aveva altre informazioni rispetto a quelle di Debbie, essendo stata in tour con lui e la band. Soprattutto nell'ultimo anno di vita di Ian, lei era stata una figura molto importante ed è stata di grande aiuto dipingendomi un quadro di quel periodo e facendomi leggere le lettere che lui le aveva mandato. Credo sia stato fondamentale incontrarla perché il film fosse onesto come volevo.

 

L'onestà è una infatti una delle caratteristiche principali di Control.

Devo essere sincero, l'obiettivo è stato raggiunto grazie all'interpretazione di Sam Riley. Come ti dicevo, quando l'ho scelto per il ruolo di Ian mi sono basato

su una mia intuizione, ma ci sono stati dei momenti in cui venivo assalito dai dubbi. Quando questo accadeva ripensavo a Kes, il film di Loach che racconta la storia di un ragazzino utilizzando il linguaggio documentaristico. Lo stesso protagonista recita in maniera così autentica che sembra interpretare se stesso. Con Control ho provato a fare la stessa cosa proprio per ottenere l'onestà. Il bello di lavorare con un attore che recita per la prima volta è che non ha nessun tipo di bagaglio. Se ad esempio guardi un film con Tom Cruise vedi Tom Cruise e non il personaggio che interpreta. Quando recita Sam Riley, invece, tu vedi Ian Curtis.

 

I Killers hanno contribuito alla colonna sonora con un brano.

Quando ho chiesto ai Killers se erano interessati a reinterpretare un brano dei Joy Division hanno accettato subito. Mi hanno chiesto quale canzone volessi e io ho risposto: Shadowplay. È una canzone scritta appositamente per me, per il mio film, e sono contento che abbiano voluto partecipare alla colonna sonora perché è un modo per dimostrare come anche le nuove band, le nuove generazioni, siano state influenzate dai Joy Division.

ven, 31 ott 2008 - articolo di Tirza Bonifazi Tognazzi

Tag: Joy Division  Ian Curtis  Anton Corbijn  Movies

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