Cos'è successo a Nina Simone?

il documentario su Netflix e le possibili eredi

“Ma cos'è successo, Miss Simone? Per la precisione cos'è successo ai suoi grandi occhi rapidamente coperti da un velo per nascondere la solitudine? Alla sua voce che ha così poca tenerezza ma da cui sgorga il suo impegno nella battaglia della Vita? Cosa le è successo?" Quel velo, Maya Angelou lo aveva visto in prima persona calare sul viso della Grande Sacerdotessa del Soul, santa protettrice e pasionaria del black power e del movimento per i diritti civili negli anni Sessanta. Lo aveva visto quando, intervistando Nina Simone per Redbook nel novembre del 1970, non era riuscita più a scorgere la scintilla del guerriero, l'orgoglio straripante di chi appena cinque anni prima aveva intonato l'urlo primordiale e senza filtro di Missisippi Goddam davanti alle quattrocentomila persone che avevano marciato da Selma a Montgomery. L'artista-attivista che tanto aveva dato al soul e al jazz, la cui musica e la cui presenza scenica avevano sempre comandato attenzione, sembrava aver gettato la spugna, isolandosi e chiudendo fuori il mondo. 

 

Cos'è successo, Miss Simone? La stessa domanda della Angelou viene riproposta quarantacinque anni dopo dalla filmmaker Liz Garbus. What Happened, Miss Simone?, documentario presentato all'ultima edizione del Sundance Festival (ora disponibile in streaming su Netflix) che precede una serie di biopic in uscita che celebrano il mito Nina Simone. Più che fornire la risposta, tuttavia, quel velo lo solleva appena, mostrando la donna dietro l'artista, esplorando le due anime e lasciando intuire i motivi del volontario esilio, attraverso interviste alle persone a lei più vicine, dalla figlia Lisa, al chitarrista e amico Al Schackman, alle figlie di Malcolm X (suo vicino di casa a Mount Vernon, nello stato di New York), recuperando persino un contributo del 2006 dell'ambiguo marito-manager Andrew Stroud. E affidandosi al potere evocativo delle immagini. Come la foto che riassume il senso di un anno turbolento e funereo per la comunità afroamericana, il 1968, in cui anche l'ultimo leader della protesta, Martin Luther King Jr., viene assassinato: un giovane militante in lutto che tiene un cartello con su scritto, in modo provocatorio: “fareste meglio a uccidere tutti i neri”. In quel momento anche dentro Nina Simone scatta un interruttore e qualcosa si spegne. E mentre i giorni della rivoluzione si attenuano, sotto il clamore delle bombe lanciate in Vietnam, abbandona l'America e fugge. 

 

 

 

Nel 1974 si rifugia in Liberia, per poi spostarsi in Svizzera e approdare infine a Parigi. Lontana dai riflettori, inghiottita dalle sue miserie e dagli sbalzi di umore sempre più simili agli effetti di un disordine bipolare. E non basta ricevere nel 1977 una laurea ad honorem da parte del Curtis Institute of Music, lo stesso conservatorio che decenni prima le aveva negato l'ammissione, Doctor Simone – come le piaceva essere chiamata – rimane al buio, tra conti in banca azzerati, dipendenze e incidenti poco chiari, maltrattamenti inflitti e ricevuti, recuperi artistici a corrente alternata. Cosa è successo alla sua rabbia trasformata in arte? Nina Simone era un concentrato di fierezza, una voce granulosa e inconfondibile che svegliava le coscienze, il grido lacerante e liberatorio di chi aveva perso la pazienza in tempi in cui fede e spiritualità non bastavano più. La sua visione lucida e poco ottimista del futuro degli afroamericani, forniva sempre la spinta ad agire per non ritrovarsi un giorno “a morire come mosche”. Schiacciati dal peso dell'ignoranza  dell'intolleranza. 

 

La sua rabbia covava dai tempi in cui ancora si chiamava Eunyce Waymon, e alla fine degli anni trenta a Tryon, North Carolina, suonava l'organo nella chiesa metodista della madre, s'innamorava di Bach e sognava di diventare la prima pianista classica nera. E crebbe quando comprese che la sua pelle troppo scura e il naso troppo largo le avrebbero causato problemi, quando si confrontò con il rifiuto e la violenza. Quando scrisse Four Women, potente analisi della condizione delle donne afroamericane, che distruggeva ironicamente ogni possibile stereotipo. Quando diceva: “non voglio che uguaglianza per mia sorella, mio fratello e me stessa. Ma questa nazione è colma di menzogne”. E tutti, proprio tutti stavano a sentirla. 

 

Cosa è successo a Nina Simone? La Garbus non lo spiega, ma regala, a chi la conosce esclusivamente attraverso i suoi album e i singoli, la donna dietro l'artista, ma anche il simbolo di una lotta ancora in corso. Per la quale, oggi più che mai, in un momento in cui la comunità afroamericana subisce attacchi brutali dalle forze dell'ordine e viene colpita al cuore da ventenni invaghiti di idee naziste, servono ancora una, cento, mille Nina Simone. Perché lei sapeva che una canzone non è mai semplicemente una canzone, ma una chiamata alle armi. Lei aveva capito come incanalare la rabbia e, allo stesso tempo, raccontare la realtà per creare unione. E per non lasciare che il tempo e la rassegnazione – la stessa rassegnazione a cui lei stessa si era abbandonata – facciano perire tutti come mosche.  

 

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mer, 22 lug 2015 - articolo di Daniela Liucci

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