Aquarius: summer of love, sangue e binge watching

1967, USA. Elvis Presley sposa Priscilla Beaulieu. La rivista Rolling Stone fa la sua comparsa nelle edicole. A piedi nudi nel parco debutta nei cinema. L'esercito bombarda Hanoi e, per effetto del cosiddetto Miranda Warning, la polizia americana viene obbligata a rivolgere un avviso a chiunque venga arrestato, prima di interrogarlo. 1967, Los Angeles. Era dell'Aquario (più o meno). L'inquieta sedicenne Emma Kern (Emma Dumont), scappa dal suo paradiso alto-borghese per cercare un senso profondo all'esistenza. Lo trova in un culto dedito all'amore universale e a pratiche di sopravvivenza non proprio legali. Per riportarla a casa, sua madre chiede aiuto a una vecchia fiamma, sergente del LAPD. 

 

Un periodo perfetto e una trama invitante per solleticare la voglia di “binge watching”, ovvero la maratona TV, ora gentilmente offerta anche da network tradizionali come NBC che infatti lancia tutti i 13 episodi di Aquarius – serie creata da John McNamara – in un colpo solo. Per gustarsi, volendo con una singola abbuffata, la promessa di un viaggio psichedelico, un'avventura lisergica all'esplorazione di universi alternativi in cui colori acidi virano progressivamente al giallo e al nero. Lasciandoci presto, troppo presto a inseguire conigli – ogni riferimento ai Jefferson Airplane non è puramente casuale – insieme a un'insolita coppia di poliziotti, ovvero il suddetto sergente, Sam Hodiak (David Duchovny), e il giovane partner Brian Shafe (Grey Damon), agente della narcotici sotto copertura. 

 

Precipitati nella tana, ci si trova a seguire una lunga scia di sangue e a incrociare spesso Charles Manson, che il sole luminoso dell'Estate dell'Amore lo oscura come un'eclissi imprevista. L'era di Aquarius è il ritratto di uno spazio-tempo nei toni del seppia, con pennellate poco sature che citano i noir in bianco e nero degli anni Quaranta, evocando un mondo color caramello denso di segreti e scoperte, omofobia, sessismo, rivendicazioni razziali, traffici di droga, amore libero e crimini efferatissimi. Perché questo è il classico procedural poliziesco, che sfodera cliché ma abbatte anche premesse e supposizioni. Lasciando, dopo tredici episodi visti tutti d'un fiato, tanti interrogativi e qualche certezza. Per esempio...

 

Forse non tutto è casuale. Scegliere nel 2015 di realizzare un cop show ambientato in un'era di grandi rivoluzioni sociali è quasi come descrivere il presente attraverso il passato. Non c'è la solita dinamica il-bene-trionfa-il-male-affonda, ma una serie di mezzi toni. La polizia degli anni Sessanta usa metodi non sempre ortodossi per far trionfare la giustizia, tiene spesso l'ordine attraverso il disordine, ha una gerarchia razzista e sessista, copre interessi, vive di corruzione, inettitudine, errori, scambi di favori. Ma anche di incontaminata passione. Cinquant'anni dopo, nulla è cambiato.

 

Nessuno è realmente libero. Alla fine degli anni '60 la parola liberazione era sia il mantra anti-establishment sia la giustificazione alla deriva dei propri desideri. La visione di Aquarius è onnicomprensiva: c'è la love generation che vive apertamente secondo la propria filosofia; ci sono padri, che, pur di mantenere l'apparenza bigotta, collezionano scheletri nell'armadio; ci sono figli che disertano il Vietnam dopo aver assistito agli orrori gratuiti della guerra; c'è la popolazione afroamericana che prende diversamente coscienza dei propri diritti mentre le Black Panthers inneggiano alla “verità che ridurrà in cenere il vostro mondo”; ci sono trafficanti di droga che nutrono i sogni dilatati di seguaci dell'espansione. Tutti ugualmente ingabbiati dai propri demoni. 

 

I fanatici e gli orfani di Mad Men, nonché i presunti esperti di epoche in cui non hanno mai vissuto, si mettano l'anima in pace. Aquarius è pura fiction senza pretese di essere la fedelissima riproduzione dell'epoca. Tutto ciò che serve, nei limiti della censura (ricordiamo, per esempio, la politica restrittiva dei network USA sulle sigarette “di scena”), lo troverete: pantaloni a zampa e abiti al ginocchio, capelli medio-lunghi e tagli alla marinaio, cotonature e canottiere, motociclette e muscle car, geometrie optical e frange. E, ovviamente, una colonna sonora che include Jefferson Airplane come Who, Nina Simone come Rolling Stones, Parliament come Count Five. Senza dimenticare un certo Charles Manson...

 

M-Factor. Charles o Charlie. Ovvero il male personificato che ha contagiato una generazione esaltandone le tendenze criminali. L'uomo che ha fondato una “famiglia” e plagiato, stuprato e torturato i suoi membri. E tutto, o quasi tutto, perché nessuno lo aveva mai preso sul serio come cantautore. Manson non è il protagonista, ma la sua presenza e il suo cosiddetto carisma (per molti assente nell'attore che lo interpreta, Gethin Anthony, aka Renly Baratheon di Game of Thrones) toccano in modo diverso molti dei protagonisti molto prima dell'omicidio-massacro di Cielo Drive. Quella che per molti è l'occasione mancata della serie, è invece uno dei punti cardine. Siamo sicuri, infatti, che il vero Manson fosse abbastanza magnetico? O il presunto magnetismo è solo un alone mitologico aggiunto a posteriori? 

 

V come Verdetto. Nonostante un po' di confusione, qualche cliché e la troppa carne al fuoco, e nonostante il talento di David Duchovny che riuscirebbe a rendere umano anche un cubetto di ghiaccio, Aquarius sembra procedere con il freno a mano tirato. Altrove, in paradisi televisivi privi di restrizioni, avrebbe potuto essere più incisivo, cruento, simile al noir che insegue. Più coerente, come richiederebbero le (buone) intenzioni. E come richiederebbe il perfetto “binge watching”: sguardo incollato allo schermo, pause solo per andare al bagno e divieto assoluto di sbadiglio. 

 

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mer, 24 giu 2015 - articolo di Daniela Liucci

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