Europavox Festival: la vera "eurovisione"

Dieci candeline da spegnere senza enfasi, come a dire “ci saranno altre venti, trenta, cento edizioni”. Anche così, a partire da un sobrio ed elegante artwork, si consolida l'identità di un festival come l'Europavox, che in quel di Clermont-Ferrand, nella regione dell'Auvergne, ha radunato ancora una volta artisti provenienti da tutto il vecchio continente, numerosissimo pubblico (circa 60mila presenze, sparse quest'anno fra 80 concerti, inclusa La Fête de l'Europe a Parigi e La Tournée Europavox in dieci città) e addetti ai lavori. A tenere alto il nome dell'Italia c'erano gli A Toys Orchestra e Godblesscomputers, oltre alla novità rappresentata dagli emergenti GattuZan, band vincitrice delle selezioni di Arezzo Wave per l'Umbria. E per il decimo anno anche Freequency, a raccontarvi lampi di Europavox.

 

Polygrains

Il suo nome è Vasilis Moschas, ma quando sta in piedi dietro alle sue diavolerie elettroniche, da solo sul palco, si fa chiamare Polygrains. Niente a che vedere, però, con la spersonalizzante attitudine di certi alfieri dell’elettronica che fanno sparire la loro identità dietro maschere o inghiottiti da un’esplosione di visual. Polygrains rimane Vasilis, un ragazzone greco, ora trapiantato a Londra, che cerca un rapporto empatico con il pubblico. Mentre manipola i suoi marchingegni, afferra il microfono e canta con una voce sottile, virando verso i territori dell’electropop. Poi si lascia andare a una techno strumentale che è la vera forza del suo live. Ma anche qui non perde quella volontà di giocare a carte scoperte con chi lo ascolta. C’è tempo per un altro pezzo e lui interroga i presenti: “Volete un’altra canzone o un pezzo per ballare?”. Il pubblico sceglie la seconda opzione. E la pulsazione ricomincia, accompagnando il tramonto.

 

Mountain Bike

Si fanno chiamare Kinkle, June Moan, Nilly Joe e Nerveux. Hanno la faccia da ragionieri del catasto incorniciata da incredibili tagli di capelli supercool. Indossano le classiche canottiere con i loghi delle squadre americane di basket. E sotto di esse niente. Vale a dire che sul palco si presentano in mutande. La logica del divertimento un po’ cazzone si riflette nella musica dei quattro belgi: un mix chitarristico di garage, surf-pop sfilacciato, attitudine fracassona alla Ramones e tanta ironia. Il piccolo palco del Club Erasmus su cui suonano, proprio accanto al bar, è la loro tana perfetta, non solo perché li avvicina clamorosamente al pubblico rendendo fisica la vibrazione degli strumenti, ma anche perché la loro musica sprigiona un incredibile odore di birra e di venerdì sera spesi a tirar tardi. Così non c’è pericolo se loro cantano di aver perso la speranza nel paradiso (I Lost My Hopes in Paradise): all’inferno servono ottimi drink.

 

Selah Sue

L'avevamo “scoperta” proprio qui, quattro anni fa. Stesso palco, il maestoso Forum, stesso pubblico entusiasta (oggi ovviamente ancora più numeroso), e paradossalmente stessa disinvoltura, perché già da ventenne la belga Selah Sue metteva in mostra doti da fuoriclasse assoluta ed eclettica trascinatrice. Per fortuna poco o nulla è cambiato con il secondo album, Reason (Because Music), se non qualcosa nella band, che s'è fatta più corposa e potente, soprattutto nei cori, a supporto della personale miscela di soul, trip hop, reggae, hip hop di questo peperino biondo. Una conferma che ci fa sentire una volta di più come “a casa”.

 

Godblesscomputers

Gilly del Collectif Golden Doors ha fatto esplodere il piccolo Club Erasmus a colpi di electro e techno. Nessuno dei presenti potrebbe chiedere di più alla pazienza dei propri piedi e delle proprie gambe, aizzati a una danza feroce. Così, quando, subito dopo, in scena entra Godblesscomputers con il suo armamentario di suoni soffici e gentilissimi, il rischio è un improvviso calo di tensione. Ma Lorenzo Nada – ovvero colui che sta dietro il progetto – dimostra quanto anche il paesaggio sonoro che tratteggia possa essere di forte impatto: bassi tellurici sostengono un’elettronica felpata, la tensione ritmica si addensa senza mai raggiungere la ferocia della techno, sul finale c’è anche un’incursione nella drum and bass che tuttavia rimane morbida e evocativa. E la danza ricomincia proprio dove si era interrotta. Con la benedizione di piedi e gambe non più devastati, ma contenti di trasformarsi in ali. (foto da facebook)

 

continua: Europavox Parte II 

 

foto di Inconscients Collectif 

mar, 23 giu 2015 - articolo di Gabriele Guerra
Mauro Petruzziello

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