25 aprile: il cinema per ricordare

Lo spettatore interessato a conoscere attraverso la settima arte la storia e la società in cui vive, s'imbatte, prima o poi, nel grande cinema italiano sorto sul finire della seconda guerra mondiale. Gli autori di quell’epoca avevano vissuto l’occupazione tedesca sulla propria pelle ed erano interessati a mostrarla attraverso una lente sia artistica che veritiera. Da Roma città aperta fino alla cinematografia più recente, ecco come ci hanno raccontato la Resistenza.

 

ROMA CITTÀ APERTA (1945)

Con Roma città aperta Roberto Rossellini reinventò il cinema dal nulla. Non solo azzerò tutte le convenzioni narrative e le regole della dorata Hollywood, ma diede la prima testimonianza poetica della Resistenza italiana rivoluzionando il modo di raccontare la storia. In un momento in cui tutte le sale cinematografiche erano occupate da produzioni americane, inglesi, francesi e sovietiche. Considerata l’opera maestra del neorealismo italiano (insieme a Ladri di biciclette di Vittorio de Sica) Roma città aperta celebra in modo originale gli avvenimenti del periodo dell’occupazione tedesca, facendo confluire nella storia personaggi di provenienza diversa; una donna e un prete da un lato, fascisti e tedeschi dall’altro. La scelta degli attori principali – un comico come Aldo Fabrizi e Anna Magnani che fino a quel momento aveva fatto solo varietà – fu considerata quasi blasfema. All’estero ebbe successo prima che in Italia, tant’è che a Parigi fu proiettato per quattro mesi di seguito.

 

ACHTUNG! BANDITI! (1951)

Prima del successo di Roma città aperta Carlo Lizzani si trovava di fronte a una scelta difficile: partire per il Nord per continuare la Resistenza o rimanere a Roma e diventare il leader dei giovani comunisti. Una serie di eventi riportò il giovane critico che aspirava a diventare sceneggiatore con i piedi nel cinema, all'inizio a fianco dello stesso Rossellini come sceneggiatore e aiuto regista. Convintosi che era necessario fare cinema coraggioso, soprattutto dopo che Luchino Visconti gli aveva rivelato che non riusciva a trovare produttori disposti a finanziare quella che anni più tardi sarebbe divenuta la trilogia tedesca, Lizzani scrisse e diresse la sua opera prima. Achtung! Banditi! racconta l’alleanza che si crea tra un gruppo di partigiani e gli operai di una fabbrica mostrando come la Resistenza avesse contribuito in alcune regioni d’Italia a salvare le industrie che avrebbero garantito lavoro finita la guerra. Nel 1952 si aggiudicò il premio speciale della regia al celebre festival di Karlovy Vary, nella Cecoslovacchia comunista.

 

IL GENERALE DELLA ROVERE (1959)

Roberto Rossellini torna a parlare di Resistenza portando sul grande schermo un soggetto di Indro Montanelli, che in seguito lo avrebbe ancora rimaneggiato per farne un romanzo. Cineasta e giornalista ci raccontano una storia vera di eroi e antieroi, patrioti e traditori, orgoglio e umiliazione, attraverso la vicenda del truffatore ed ex ufficiale di cavalleria sullo sfondo dell’occupazione tedesca a Genova nel 1943. Il delinquente che aveva sempre vissuto di espedienti è arrestato dalle SS e mandato, pena la morte, a San Vittore sotto mentite spoglie al fine di sottrarre informazioni ai prigionieri. A fare di questo film un gioiello del cinema della Resistenza è (anche) l’interpretazione di Vittorio De Sica nel suo primo ruolo drammatico. Premiato con il Leone d’Oro a Venezia insieme a La grande guerra di Monicelli, mezzo secolo più tardi Il generale Della Rovere sarebbe stato ridotto in una miniserie televisiva con Pierfrancesco Favino negli abiti del protagonista.

 

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI (1962)

Nel settembre 1943 la Resistenza scrisse la sua prima pagina di storia. Quasi vent’anni più tardi Nanni Loy – che per la seconda volta dopo Un giorno da leoni affrontava il tema al cinema – la racconta in un’opera che pone l’accento sul carattere dei napoletani, sospeso tra il beffardo e l’eroico. Quella delle quattro giornate e dell’insurrezione popolare è una storia rinchiusa all’interno delle mura della città. Andando contro ogni logica di produzione, invece di ricostruire piazze, vicoli e palazzi in studio, fosse anche solo per le sequenze tecnicamente più difficili (che vennero girate a Salerno), Loy decide di girare in strada, tra Piazza Carlo III e la salita Pontecorvo, in via San Cristoforo all’Olivella, tra la Funicolare di Montesanto e corso Umberto I. Film di culto del dopoguerra italiano, Le quattro giornate di Napoli vinse il Nastro d’Argento alla regia, guadagnò una candidatura all’Oscar come miglior sceneggiatura originale e miglior film straniero e ottenne il premio FIPRESCI al festival di cinema di Mosca.

 

LA NOTTE DI SAN LORENZO (1982)

La loro storia d’amore con il cinema cominciò con la visione in sala di Paisà, il secondo capitolo della Trilogia della guerra antifascista di Roberto Rossellini. Erano passati solo due anni da quando l’Italia era uscita dalla guerra e vedendo quelle immagini sullo schermo i fratelli Taviani rividero la loro vita. Se il cinema ha la capacità di farci capire la nostra realtà e quindi noi stessi, si dissero i due registi, allora noi faremo cinema. Nel 1944 nel giro di un’estate si rovesciò il mondo: si passò dai nazisti e l'occupazione, ai partigiani e alla libertà. Così, dopo aver filmato a metà anni Cinquanta il documentario sulla strage San Miniato luglio ’44, i Taviani cercano di raccontare la propria esperienza con la guerra nel loro nono lungometraggio. Girato nella campagna toscana, La notte di San Lorenzo racconta con emozione e lucidità la fuga collettiva dei contadini pochi giorni prima della Liberazione. Presentato in concorso a Cannes, vince il Grand Prix Speciale della Giuria.

 

IL PARTIGIANO JOHNNY (2000)

Dopo aver realizzato nel 1998 un documentario su Beppe Fenoglio, Guido Chiesa adatta per il grande schermo il libro dello scrittore piemontese Il partigiano Johnny. Nel tradurre uno dei più importanti romanzi della Resistenza prima di tutto il regista si è dovuto chiedere come raccontare il cosiddetto Secondo Risorgimento oggi, in un clima sociale e culturale corrotto dalla comodità tecnologica. Nel libro postumo di Fenoglio si narra di uno studente di letteratura inglese che imbraccia il fucile per andare a combattere al lato dei partigiani. A cogliere l’interesse del regista è la questione privata, cioè cosa significhi essere costretto a diventare uomo in uno scenario tragico come quello offerto dalla guerra. E, proprio come Fenoglio, Chiesa racconta la Resistenza in maniera antiretorica e disincantata: “Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere uno o più fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o a essere uccisi…”

 

L’UOMO CHE VERRÀ (2009)

Il cinema non si era mai occupato dell’eccidio di Marzabotto quando, sul finire del Duemila, ben due cineasti più o meno contemporaneamente decidono di ricostruire la strage che lasciò senza vita quasi 770 paesani nella campagna emiliana. Il documentario di Germano Maccioni, Lo stato di eccezione, è il primo a uscire; l’opera seconda di Giorgio Diritti viene presentata un anno più tardi nel Festival Internazionale del Film di Roma, dove vince il Marc’Aurelio d’Oro del pubblico e il Gran Premio della Giuria. Diritti adotta lo sguardo di una bambina di otto anni che ha perso la capacità della parola in seguito alla morte del fratellino e si affida all’antico dialetto bolognese perché la ricostruzione sia la più autentica possibile. L’uomo che verrà, che s’incarica di diventare la memoria storica di uno degli episodi più drammatici della seconda guerra mondiale, non solo dimostra che continua a essere necessario fare questo genere di cinema, ma conferma ancora intatto un forte interesse per il tema della Resistenza. 

 

 

gio, 23 apr 2015 - articolo di Tirza Bonifazi

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