Marley, il film

Un documentario di Kevin MacDonald per andare oltre il mito

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Raccontare Bob Marley. Sfida apparentemente semplice, ma ricca di insidie. Quando un artista diventa leggenda il suo ricordo, per chi lo ha conosciuto direttamente o solo di riflesso, tende a perdere contorni netti, a smussare gli angoli, a far prevalere le luci sulle ombre. E quando diventa patrimonio dell'umanità, simbolo universale di musica come sinonimo di pace e riscatto degli oppressi, replicato su magliette, poster e gadget, facendosi vera e propria filosofia, restituirgli un'obiettiva dimensione umana suona quasi come una bestemmia. Il premio Oscar Kevin MacDonald, sostituto di Martin Scorsese prima e di Jonathan Demme poi, ci prova. Il suo Marley, lungo documentario uscito il 20 aprile nei cinema anglofoni e su Facebook (e previsto il 26 giugno nelle sale italiane come evento unico), è il sentito ritratto di un outsider che diventa leader, della pietra scartata dal costruttore e diventata testata d'angolo.

 

La prima parte, la più coinvolgente, è dedicata visivamente e narrativamente alla definizione del Marley privato, bambino e ragazzino cresciuto da una madre adolescente, abbandonato da un padre ultrasessantenne, nella piccola Nine Mile e  Trenchtown, uno dei sobborghi più poveri di Kingston; dell'adolescente che cerca di venire a patti con il bisogno di una figura paterna e che incontra la musica; del giovane uomo contraddittorio e curioso, che scopre l'amore, la religione rastafari, forma le sue prime solide convinzioni di vita e partecipa alla rivoluzione del rock che diventa ska e si trasforma in reggae. La seconda, più classica, è l'ordinaria e fedele cronistoria della scalata al successo della rockstar del Terzo Mondo, ben documentata e sostenuta dalle voci di Rita Marley, Cindy Breakspeare (l'altra compagna, madre di Damien), Cedella e Ziggy a rappresentare i suoi undici eredi, delle I-Three, dei Wailers e degli amici più vicini.

 

C'è il racconto del suo peculiare rapporto con l'universo femminile e la famiglia allargata (sulla quale getta inquietanti ombre Dear Dad, libro del figlio Ky-Mani appena pubblicato da Chinaski Edizioni), il tentativo di definire il suo ambivalente legame con la politica, il suo credo e le conseguenti applicazioni sociali. Ci sono aneddoti, filmati, ricordi e storie toccanti mai volutamente santificatrici, ma anche sani compromessi, necessari per poter avere accesso a materiali inediti. Il Bob Marley adulto e affermato, sul piano umano, rimane sfuggente, ancora enigmatico. Ma probabilmente, come dicono gli anglofoni, what you see is what you get, Bob era tanto trasparente che ogni ulteriore ricerca o dietrologia è improduttiva per definizione. Ciò che rimane è un'eredità musicale impressionante, intrisa di grande calore e pervasa dall'aspirazione a raggiungere il mondo, il mondo giusto, ovvero quello degli emarginati, dei segregati, dei poveri, per curarne lo spirito e accompagnarli nel viaggio di ritorno alla madre Africa.

mer, 13 giu 2012 - articolo di Daniela Liucci

Tag: bob marley

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Commenti

  • Nesta
    Nesta
    6 luglio 2012, 19:46
    Opera attenta e completa, finale senza censure e commovente, non avevo mai visto Marley così. Triste ma bellissimo quando indugia in un soundcheck di 3 ore sapendo che sarà il suo ultimo concerto.. :(

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