ACAB, il film di Sollima, il libro di Bonini

Tutti i poliziotti sono bastardi. Soprattutto i poliziotti del reparto mobile, i celerini, sono bastardi. E a chi lo dice, lo crede fermamente o se lo tatua sulla nuca, loro rispondono manganellando dove e come possono, alla luce del sole, quando "autorizzati" per motivi di (dis)ordine pubblico, oppure nell'oscurità, con spedizioni punitive dettate da un senso di giustizia improvvisato. Questo tumultuoso viaggio alle radici dell'odio parte da un libro, l'omonimo ACAB di Carlo Bonini, giornalista di punta di Repubblica, e diventa un film, esordio su grande schermo di Stefano Sollima (Romanzo Criminale, la serie), figlio del grande Sergio, autore di sceneggiati mitici come Sandokan e Il Corsaro Nero, in uscita il 27 gennaio per Cattleya e Rai Cinema.  [ leggi la recensione di ACAB ]

 

Il necessario bisogno di sintesi cinematografica allontana molto presto il libro dal film, pur conservando molti tratti del suo spirito. L'opera di Bonini era fondata su "carte che cantano", atti processuali e testimonianze dirette, mentre la pellicola si trasforma in qualcosa di più agile e romanzato, abbassato al livello dello sguardo dei soli poliziotti-pedina. Una figura come quella di Michelangelo Fournier, vicequestore della polizia di Stato ai tempi della macelleria messicana del G8 di Genova, per esempio resta fuori, così come il punto di vista dell'altra parte della barricata, gli ultras. I fatti di Genova, così ingombranti nel libro, a partire dall'agghiacciante referto sulle condizioni dei feriti, sono allontanati nel tempo. Continuano sì ad aleggiare sui protagonisti, ma solo come doverosa premessa, per alcuni un peso sulla coscienza, o appuntamento col destino. Anche se, in questa scelta, gli sceneggiatori forse hanno anche dovuto calcolare l'imminente uscita di quel Diaz della Fandango, regia di Daniele Vicari, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, tutto incentrato sulla vicenda, che rischiava di impallare il loro ACAB.

 

Il ritratto dei "celerini bastardi" — a tratti visceralmente odiosi, e appena qualche ora dopo proletari, quasi pasoliniani — resta comunque potente, anche se viene un po' a mancare quel nodo che le pagine scritte, con la loro violenza così reale, sapevano legare poco sopra alla bocca dello stomaco. Il personaggio di Drago viene scisso nelle tre anime di Cobra, Mazinga e Negro, fermezza, maturità e lealtà. Quello di Sciatto, un altro celerino, manca del tutto. Così come manca la sua lucidità nella perfetta testimonianza di pagina 86, quando parla del privilegio, suo e dei fratelli celerini, di poter conoscere in modo così intimo, alla fonte dell'odio, il meccanismo di quel Sistema che ci controlla. E il privilegio di poter rispondere con la forza alla violenza, anche e soprattutto quando questa si scatena per "futili motivi". Perché "l'India è lontana e Gandhi non era italiano".

 

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mar, 24 gen 2012 - articolo di Gabriele Guerra

Tag: ACAB  film  Movies  Pierfrancesco Favino

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