Oscar 2011: migliori e peggiori, highlights della cerimonia di premiazione

And the winner is... il povero spettatore che è riuscito a sopravvivere a tre ore e più di diretta senza cedere al miraggio di un cuscino e una coperta. A Hollywood non è di casa il detto squadra che vince non si cambia e, salutati i vivaci Steve Martin e Alec Baldwin, la sua più solenne messa cantata quest'anno è affidata a due celebranti d'eccezione: James Franco e Anne Hathaway, potenziali mattatori che promettono scintille. Ma al Kodak Theatre non scocca nulla. Neanche per caso. I clip promozionali avevano illuso. Dov'è l'instancabile Mr. Franco nei panni di Danny Zucko? Dove sono gli strabilianti numeri provati per ore in sala prove? Saranno rimasti intrappolati nella mente di Alec Baldwin, usata come fil rouge delle clip iniziali ispirate a Inception. Ladri di film, invece che di sogni, ma dopo soli cinque minuti si supera anche la fase REM. Tra nuvole di chiffon, lacrime, conferme e pronostici rispettati (la lista di tutti i vincitori), la noia regna sovrana, senza un guizzo, un fremito, un tacco che si rompe o uno strascico che s'impiglia. E ci si sorprende a pensare: ridateci Hugh Jackman.

 

Cosa mi metto stasera. Rosso e nero? Lasciamoli alle insicure. La parola d'ordine sul red carpet del 2011 è lavanda. Insieme ai suoi fratelli e cugini. Dal lilla di Mila Kunis alla variazione prugna di un'incantevole Natalie Portman. Dal vinaccia di Scarlett Johansson al pallido nude di Halle Berry o al cipria, firmato Marchesa, della diva in fieri Hailee Steinfeld. Delicata, eterea, con un cerchietto minimal da moderna Cenerentola, la quattordicenne protagonista de Il grinta, che per qualche strana congiunzione astrale è finita nella cinquina di candidate per la migliore non protagonista, non tradisce emozione, muovendosi come una vera star. Menzione d'onore per il petroleum black osato da un'inconsapevole trendsetter come Marisa Tomei.

 

La strana coppia. Giovani, carini e occupatissimi. Sulla carta formano l'accoppiata vincente. Lui artista iperattivo, lei ex plain jane decisa a ricostruirsi un'immagine da icona sexy. James Franco e Anne Hathaway, simboli di una generazione tardo adolescenziale da tenere incollata al teleschermo, si completano come uno strato di marmellata su un cavolfiore. La chimica? Era solo l'ora in cui al liceo, probabilmente, dormivano. Per una Anne fin troppo zelante e desiderosa di mostrare a tutti i costi il suo talento multiforme, c'è un James, inaspettatamente catatonico, svogliato, incapace di andare oltre un timido ghigno. Risultato: una Miss Perfettina che potrebbe destare un misto di antipatia e indifferenza, se non arrivasse, sul fotofinish, una papera a salvarla; e un artista iperattivo che non ha voglia di mostrarsi, dimostrando paradossalmente, un lato vulnerabile e umano. Che sia il suo ennesimo esperimento?

 

Lo spettacolo. Inserire punto interrogativo. Tre ore e più al cui confronto le cinque serate di Sanremo sono adrenaliniche corse sulle montagne russe. Presentazione, introduzione, premiazione, discorso, in un loop quasi estenuante. A nulla serve il guizzo autoironico di Robert Downey Jr., o la battuta lanciata a casaccio da Billy Cristal. Le infinite pubblicità sono più energetiche. L'immutabile Celine Dion canta la malinconica Smile di Chaplin con la stessa intensità di un jingle pubblicitario, per celebrare gli artisti scomparsi nel 2010, tra cui il nostro Mario Monicelli. Poi ci prova Sandra Bullock, ma la sua ironia, a fine serata risolleva gli animi quanto la millenovecentotredicesima replica di Happy Days. Se, tuttavia, i sogni possono diventare realtà, come ha ricordato il coro dei bambini di Staten Island sul finale, speriamo che il nostro si avveri: free alcool per tutti alla prossima cerimonia.

 

La sorpresa. Non è Javier Bardem in un impietoso bianco da crooner che lo imbolsisce al limite del tollerabile. Non è il volto di Nicole Kidman che torna a muoversi parzialmente. La vera sorpresa della serata è Helena Bonham Carter: evita di incenerire con lo sguardo Melissa Leo che le ha soffiato la statuetta come migliore attrice non protagonista, e distrugge le aspettative con un abito sobrio, fin troppo, nero, con un corpetto goth che porta anche la sua firma. Persino i capelli sono raccolti senza effetto medusa lasciando a Sharon Stone, con la sua cofana stile Snooki Polizzi, lo scettro di peggior pettinatura della serata.

 

Lacrimometro. Apre le danze Melissa Leo, migliore attrice non protagonista per The Fighter, che regala anche un sonoro F*!#K in mondovisione — censurato — e si fa pizzicare da un immarcescibile Kirk Douglas per svegliarsi. Continua una misurata Susanne Bier, Oscar per il miglior film straniero, In un mondo migliore, le cui parole sono frammentate dall'emozione. Coleen Atwood, vincitrice per i costumi di Alice in Wonderland, per quanto si dia coraggio leggendo, tira su col naso. Ma l'Oscar della lacrima goes to... Natalie Portman che, saranno gli ormoni della gravidanza, sarà la preveggenza regalata dallo stretto contatto con Aronofsky, comincia a lacrimare già durante la presentazione delle nomination e piange quando stringe il suo amato premio. Fazzoletti, please.

 

Strani fenomeni. Avvistata già durante la passerella sul red carpet e osservata minuziosamente durante il discorso di ringraziamento per il premio come miglior attore non protagonista per The Fighter, la barba rossiccia di Christian Bale non è altro che muschio rinsecchito dell'ultimo presepe. Tirare per credere.

 

I grandi perdenti. Jesse Eisenberg, che non fa una piega, ma continua a osservare la sala con la sua impassibile faccia da schiaffi. Annette Bening, ormai consapevole che Oscar e commedie sono come acqua e olio, dietro un sorriso aperto, aggiunge con stizza anche la Portman alla lista delle nemiche. David Fincher, privo delle sue più ambite statuette, fissa il pavimento perplesso, ma darà ascolto al consiglio del rivale Tom Hooper: ascoltare sempre la mamma. Joel e Ethan Coen: dieci nomination, zero Oscar. Roba da rimettere in testa a Javier Bardem l'inquietante caschetto di Anton Chigurh e fare una strage.

 

Musica. Diciamolo, Oscar e musica proprio non riescono a fare rima. Se va meglio per la categoria Miglior Colonna Sonora, dove trionfa l'ambient-dark di Trent Reznor (foto) e Atticus Ross per The Social Network, in territorio Migliore Canzone regna sovrano il caos. Gwyenth Paltrow, ormai decisa a rubare il mestiere al marito, continua a esibirsi con impavida sfacciataggine e doti da maniaca del karaoke. Ma almeno, su Coming Home, risparmia alla sala la sua abilità chitarristica. Mandy Moore e Zachary Levi seguono il mood della serata: I See The Light è un compitino corretto. Florence Welch, di arancio vestita, impartisce lezioni di stile insieme ad A.R. Rahman sostituendo la desaparecida Dido in If I Rise. Che meriterebbe la statuetta al posto dell'ovvia We Belong Together firmata Randy Newman, da Toy Story 3. In fatto di canzoni, l'Oscar guarda all'animazione, è una regola che concede poche eccezioni.

 

L'outsider. Luke Matheny, vincitore per il miglior cortometraggio live action, God Of Love, stravagante storia di un jazz crooner e dei suoi strabilianti trucchi da palcoscenico. Come si fosse appena svegliato, con un cespuglio di capelli ricci che svetta sul suo abbondante metro e novanta, dice: Mi sarei dovuto tagliare i capelli!

 

Misteri e dintorni. Dov'è Banksy? In tutti i luoghi e in tutti i laghi. Tranne in quelli del Kodak Theatre. Il misterioso street artist, in lizza per il miglior documentario, ha annunciato la sua presenza in forma da definire. Justin Timberlake ci prova a lanciare la sua provocazione: Sono io Banksy. Ma nessuno gli crede. Exit Through The Gift Shop deve lasciare la scena a Inside Job, e senza statuetta niente sorprese e niente Banksy.

 

Il vincitore morale. Mark Wahlberg. Compito, elegante: sono lontani i tempi di Marky Mark, del pop-rap tamarroide e dell'addominale scolpito in bella vista sulle campagne di Calvin Klein. Beh, quello c'è ancora, come ha lasciato intendere alla nonna di James Franco, ma è ormai ricoperto da un'insospettabile e insospettata signorilità. La telecamera lo ha inquadrato tutte le volte che il suo The Fighter era in nomination. Cercando gelosie tappate ma trovando lo sguardo fiero di un lottatore. Orgoglioso di una creatura in cui ha recitato e che ha prodotto.

 

L'asso pigliatutto. Il discorso del re. Qualcuno aveva dei dubbi? Nessuno. Quattro premi, tutti nelle categorie più pesanti. Miglior sceneggiatura originale, miglior regia, miglior attore protagonista e miglior film. Per uno straniero che rovina la festa al gasatissimo padrone di casa (aka David Fincher) è un bel risultato. Il pubblico applaude, tra partecipazione e sollievo per la fine di una serata dove l'unico brivido è stato chiedersi se Kirk Douglas (classe 1917) riuscisse ad arrivare intero dietro le quinte.

 

Il perfetto turn over. Lo lascia intendere anche la Sora Sandra (Bullock, ndr): caro Jeff Bridges, l'anno scorso era tutto diverso. Tu vincevi un Oscar e io avevo un marito (oltre all'Oscar). Se quest'anno io non ho più un marito, anche tu non avrai più un Oscar. Meglio che lo prenda il buon Colin Firth, per par condicio. E, senza neanche un po' di sana suspance, Colin si fionda sul palco. Con il solito, dilagante fascino e quello humour very british che conquista tutti. E l'emozione di chi divide il premio con tante persone. Compresi noi italiani che, abituati a essere costantemente snobbati, ringraziamo la signora Livia per averlo sposato. Anche solo per riflesso abbiamo qualcosa da festeggiare. Di questi tempi, è un lusso a cui non siamo più abituati.

 

lun, 28 feb 2011 - articolo di Daniela Liucci

Tag: oscar 2011

Commenti

  • Luigi Garbin
    Luigi Garbin
    17 luglio 2015, 14:06
    Ma dov'era James Franco (nominato per il miglio attore) quando Colin Firth è stato premiato?

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