EuropaVox 2010: il crescendo di un Festival

50 gruppi di 20 nazionalità e 21mila spettatori in 4 giorni di concerti

 

Quanti album occorre vendere per ottenere il disco di platino in Spagna? Nel 2009 in Belgio ha venduto più No Line On The Horizon degli U2 o Soul di Seal? Le leggi del tuo paese permettono una buona circuitazione alle nuove realtà musicali straniere? Il questionario gira fra giornalisti e addetti ai lavori presenti, insieme a un fitto pubblico, a EuropaVox. Questo è il momento di testare la propria cultura musicale, ma anche di togliersi lo sfizio di verificare seduta stante l’esattezza delle proprie risposte. Perché Europavox è un festival (che quest’anno spegne le sue prime cinque candeline) ma ha la forma di un’enorme rete che di anno in anno continua a distendere le sue maglie in maniera sempre più capillare, coinvolgendo il popolo della musica in arrivo dai quattro angoli dell’Unione Europea.

 

Per quattro giorni la città di Clermont-Ferrand, nell’Auvergne, incantevole regione vulcanica nel cuore della Francia, diventa ombelico d’Europa: si apre a concerti di realtà, spesso sconosciute, provenienti dai paesi dell’UE, mette letteralmente a tavola insieme una serie di operatori e addetti ai lavori per creare un link tra le loro professionalità, regala la possibilità a gruppi di giovani under 25 di fare da “ambasciatori” del loro paese dimostrando quanto i valori dell’Europa Unita passino anche, se non soprattutto, attraverso momenti di elettrizzante condivisione come questo.

 

All’ombra della cattedrale di pietra nera, la musica dilaga negli spazi del festival: la sala grande della Coopérative de Mai; il piccolo club ad essa annesso; il Magic Mirror, sorta di baraccone dei freak show americani e Le Foyer, la sala in cui la musica scorre gratis. Ma questo benefico virus contagia anche le persone che passeggiano fra le bancarelle illuminate con piccole luci colorate da circo felliniano, si sfoga nei prati su cui i vestiti dei ragazzi esplodono come fiori, si acquatta negli accenti più strambi di un inglese, lingua internazionale, imparato soprattutto ascoltando tonnellate di canzoni. Di seguito, alcune cartoline dal festival.

 

Momento Joey Ramone

L’aria del Magic Mirrors è satura di fumi di ghiaccio secco. In una sottile lama di luce blu si staglia in controluce una figura altissima. Cortocircuito spazio-temporale? È l’allampanato Joey Ramone dei micidiali Ramones ad aver abbandonato per un attimo il noioso olimpo del rock per ritornare sulla Terra a sentire l’odore delle assi di legno del palco? No, è Emma Richardson, bassista dei prodigiosi Band Of Skulls, pura esplosione di garage-psychedelic-rock. Ma per un attimo si poteva alzare la birra e gridare “Gabba Gabba Hey!”.

www.myspace.com/bandofskulls

 

Il ritmo della notte

Quando nel 1993 scattava The Rhythm Of The Night di Corona sapevi che non importava affatto ove tu fossi: perché, ovunque ti trovassi, quello era il centro esatto della notte e di un dancefloor. Così come allora, c’è delirio, sudore e divertimento durante il set degli spagnoli Requesters. Che, oltre a Corona, mettono in fila ordinata e danzante, Justice, Daft Punk, acid-house e italo-disco. Pura, divertentissima nostalgia. Un po’ il piano bar della dance.

www.myspace.com/therequesters

 

Certi piaceri sconosciuti…

È concentrato sulle parti vocali, che riceve in eredità da Ian Curtis, a trent’anni esatti dalla sua morte. Così sono poche le note di basso che Peter Hook, leggendario bassista-fondatore dei Joy Division, suona durante il suo set consacrato all’album Unknown Pleasures (ma ci sono anche, fra le altre, Warsaw, Leaders Of Men e la conclusiva, incredibile, Love Will Tear Us Apart). Ma quando, scavalcati i monitor che lo separano dal pubblico, Hook poggia le sue dita sulle quattro corde e si lancia in cavalcate incendiarie, non ci sono più cinquantasei lune a imbiancargli i capelli, non c’è alcun giovane bassista che tenga, non c’è più tempo di chiedersi se questa è commemorazione o arte. La notte scura è ancora lunga.

www.myspace.com/peterhookneworder

 

Mick the Casbah

Rachid Taha accende la miccia della sua miscela raï-rock, che dall'Algeria si propaga al resto del mondo mettendo insieme chitarre elettriche e strumenti tradizionali. La bomba però esplode quando la special guest Mick Jones, co-fondatore e chitarrista dei Clash, dopo un umile lavoro oscuro fedele al look da impiegato, prende il microfono: Rachid canta le strofe in arabo, Mick urla i ritornelli, e insieme fanno una Rock The Casbah etnica, ma da apoteosi globale.

www.myspace.com/rachidtaha

 

Rose innaffiate da vino

Sul palco, se si escludono due danzatrici non certo ispiratissime, è completamente solo, con la sua chitarra acustica e una bottiglia di vino francese. Il set di Pete Doherty, dall’inizio con Arcady alla conclusione con Last Of The English Roses, non è altro che un tracannare bicchieri di rosso doc e misurare il palco con una stabilità che di pezzo in pezzo si fa sempre più precaria. E le canzoni? Nessuno sembra fare caso a brani che, così denudati, si dimostrano davvero fragili. D’altronde, in vino veritas.

www.myspace.com/gracewastelands

 

Colpo al cuore

Poco prima del Festival, la stampa specializzata di tutta Europa aveva votato il suo Coup de Coeur, premio per gli artisti emergenti voluto da Adami, Deezer ed EuropaVox. Bello scoprire sul palco e dal vivo che la vincitrice, Emilie Chick — scelta anche da noi di Freequency — meritava assolutamente il premio.

www.myspace.com/emiliechick

 

Bacetti & goal

La domanda è: i jj sono veri? Esistono o sono tanto eterei quanto il dream-pop che contrabbandano dalla loro Svezia? Elin Kastlander regala piccole melodie incantate mentre Joakim Benon si limita a pizzicare random la sua chitarra e a zompettare intorno a Elin, dandole piccoli bacetti. Su uno schermo alle loro spalle, immagini di balene, primi piani in bianco e nero e frammenti di partite del loro conterraneo Zlatan Ibrahimović. Poche ore prima, l’Inter, la vecchia squadra del calciatore, ha vinto la Champions League, e un insospettabile ragazzo francese si aggira per il festival con la maglia della compagine milanese.

 

Lo stand della Kütu Folk Records

La maglietta più bella ha piccoli disegni grigi in campo verde. A coprire il tavolo, un telo bianco col logo patchwork. In un lato, una macchina per cucire funzionante. Un piccolo atelier di buona musica, ovvero lo stand della Kütu Folk Records, deliziosa etichetta di Clermont-Ferrand nel cui rooster vi sono artisti quali St. Augustine, The Delano Orchestra, Leopold Skin e Pastry Case. Tutte le copertine dei loro dischi sono rigorosamente fatte a mano. Ago, filo, e buona musica.

www.myspace.com/kutufolkrecords

 

La classe è un oceano

Lo ribadisce Richard Hawley, già chitarrista dei Pulp, che la classe non è acqua. L'eleganza, la voce da vero crooner, insieme al resto della band, impongono un silenzio irreale al pubblico della Coopé. Poche parole — "questa è l'ultima canzone, grazie, buona notte" — bastano e avanzano, quando poi parte The Ocean.

www.myspace.com/richardhawley

 

::: leggi anche :::

Il diario di Martina e Francesco, i due ambasciatori italiani al festival, scelti da Freequency!

 

 

www.europavox.com

ven, 28 mag 2010 - articolo di Gabriele Guerra
Mauro Petruzziello

Tag: Richard Hawley  Clash  Joy Division  Pete Doherty  Live  Festival  Europavox

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