Festival EuropaVox 2009: il reportage

27 paesi, 60 concerti, 54 ambasciatori a Clermont-Ferrand, nel cuore dell'Auvergne

The Kim, due fratelli francesi di origine orientale, hanno appena concluso il loro set e distendono le gambe lunghe come autostrade, imbottigliate in jeans strettissimi, sul prato di fronte al Polydome, l’immensa struttura che accoglie molti concerti e happening. Imbracciano le chitarre e ricominciano a cantare interrompendosi rilassati per ridere. Altri due ragazzi si aggirano fra la folla con bizzarre maschere da scimmioni. Nessuno sembra spaventato. Dagli stand l’odore dei kebab si mescola con quello dei goffres, i dolci francesi che impiastricciano le labbra con nutella e zucchero. Anche questa è l’Europa. Che per una volta non passa solo nell’ufficialità dei trattati, ma colora le magliette, si allarga nei sorrisi dei presenti, fa da collante allo spirito di aggregazione dei cinquantaquattro giovani “ambasciatori”, cioè ragazzi provenienti dai ventisette stati dell’Unione Europea, selezionati da addetti ai lavori del loro paese per vivere un’esperienza che non dimenticheranno facilmente: cinque giorni alla scoperta di circa sessanta artisti e gruppi provenienti dall’UE e confluiti a Clermont-Ferrand, nell’Auvergne, la regione nel cuore della Francia. La quarta edizione del festival EuropaVox dimostra ancora una volta quanto quest’idea di Europa che viaggia fra amplificatori e tastiere, batterie e birre, riff e decibel, sia vincente. Dal 27 al 31 maggio questa città che sorge ai piedi della cattedrale gotica, nera di pietra lavica, da cui è partita la Prima Crociata, è percorsa da un’energia incredibile, da quell’odore inconfondibile che Kurt Cobain descrisse in Smells Like Teen Spirit, l’odore di adolescenza, che qui è pacifico, non ha bisogno di caricare quelle pistole con cui si apre il testo della canzone.

 

L’edizione di quest’anno prevede anche un focus sulla scena musicale della Repubblica Ceca, si spalma su sessantadue concerti e trova casa nella sala della Coopérative de Mai, un piccolo miracolo dall’acustica pressoché perfetta all’interno del Polydome, e altre due location, il Magic Mirrors e il Rivoli, strutture che assomigliano ai baracconi con specchi deformanti all’interno delle vecchie fiere. Viene voglia di sdoppiarsi, triplicarsi per essere presenti a tutti i concerti, per entrare in tutte le vite che animano le diverse proposte musicali, tutte di altissimo livello. Pochi i nomi conosciutissimi, visto che questo festival si propone soprattutto come esperienza di scouting. E, a dir la verità, alcuni fra gli artisti più celebri sfigurano di fronte alle nuove proposte. I Bloc Party non riescono a reggere l’intero show e sterzano sulla via di un rock talmente muscolare da risultare fuori luogo. Herman Düne, interessantissimo su disco, dal vivo, durante la Notte Folk del 31 maggio, tenta di rinverdire i fasti del Dylan elettrico, ma cade in un’uniformità arrangiativa che nuoce alla sua ispirazione. I Maxïmo Park dimostrano l’effimero della loro proposta musicale, che spesso scade in un sound divertente ma ormai decisamente già sentito.

 

Tutto il resto è un continuo scoppiettio di sorprese. A cominciare dal dj francese Vitalic, icona dell’electroclash, che intelligentemente percepisce la morte del genere e, durante la Notte Electro del 31 maggio, crea un set virato nei colori di una techno mai banale a cui è impossibile resistere stando fermi senza ballare. Poco prima di lui, gli svedesi Casiokids suonano col gusto di divertirsi, si scambiano continuamente gli strumenti, mescolano i Röyksopp col sound dell’etichetta DFA e la leggiadria delle canzoncine di un cartoon come Heidi. E poi, in ordine sparso, lo show vulcanico – una sorta di carnevale antillano — di Ebony Bones (nella foto), ventiquattrenne inglese dal look dirompente che si nutre della stessa energia di Santigold e M.I.A. spingendo la sua musica al confine fra post-punk, electro e attitudine neo-tribale; i belgi Triggerfinger, con un set a base di testosterone rock’n’roll alla maniera dei vecchi Therapy? e dei Queens Of The Stone Age; i tedeschi Get Well Soon, da tempo considerati una delle nuove promesse dell’indie, ancora acerbi nel live, ma capaci di melodie spaccacuore e di un’attitudine tenera e decadente; l’inglese Charlie Winston, in Francia un vero e proprio idolo, che mescola soul e cantautorato tenendoli insieme con un’ottima presenza scenica. Nel saltare da un concerto all’altro è facile imbattersi negli Araban, che trasportano i loro strumenti e amplificatori su un carrello da supermercato, adornato di lucine di Natale, e si piazzano in ogni angolo a proporre il loro suono che incrocia la musica dei film di Kusturica e Ennio Morricone.

 

Ma ad esprimere quello che è l’esatto spirito del festival è la tribù degli I’m From Barcelona, ventotto persone sul palco guidate dal carismatico Emanuel Lundgren. Più che un concerto, un enorme party con tanto di continua pioggia di coriandoli rossi e una marea di grandi palloni pieni d’aria che il pubblico si diverte a far rimbalzare di mano in mano. Allegria allo stato puro. Un inno continuo alla leggerezza, all’aggregazione, alla volontà di percorrere le infinite strade della musica, che anche quest’anno passano per l’EuropaVox, Clermont-Ferrand, cuore della Francia. Dove i ventisette paesi dell’Unione Europea sono note distese su un pentagramma.

 

photo credits Christophe Darbelet

 

dall'EuropaVox all'Italia, prossimamente in concerto

 

 

leggi il diario di Andrea, ambasciatore per l'Italia all'EuropaVox 2009

 

 

 

 

www.europavox.com

mer, 10 giu 2009 - articolo di Mauro Petruzziello

Tag: Live  Festival  Get Well Soon  Ebony Bones  Bloc Party  Herman Dune  Vitalic

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