Ray Harryhausen, Richie, Storm e gli altri: grazie per le visioni

  • Condividi su Facebook
  • postalo su Buzz
  • condividi su FriendFeed
  • segnalalo su Ok Notizie

inviainvia a un amico

È stato un mese di lutti eccellenti, per la politica, per l'arte, per la società. Magari, se uno ci facesse caso con più attenzione, come avviene in tutti i mesi dell'anno, ma evidentemente in genere sono molto distratto perché stavolta la catena di eventi mi ha davvero colpito. Non starò certo qui a rievocare l'epopea politica della Thatcher o di Andreotti, e nemmeno a dirvi che in Gran Bretagna Ding-Dong! The Witch is Dead – tratta da Il mago di Oz – è balzata ai primi posti della classifica oltre 70 anni dopo la sua registrazione, con un'imbarazzata BBC che ha deciso di limitarne la messa in onda a pochi secondi (quando ne dura appena 51!), in una sorta di censura preventiva all'associazione di idee di ascoltatori che poi avrebbero cominciato a canticchiare gioiosamente “ding-dong! la strega è morta”. E nemmeno che tutti gli stadi italiani hanno sonoramente fischiato l'improvvido minuto di silenzio dedicato all'antico leader della DC. Non è questo che mi ha colpito, no.

 

Se n'è andato Richie Havens, l'uomo che aprì Woodstock, con il suo urlo di Freedom (tra l'altro tutto improvvisato per tappare un buco dovuto a clamorosi ritardi in scaletta). Nella sintesi dei lanci d'agenzia e nell'enfasi dei coccodrilli un'intera vita di opere e sbattimenti viene cristallizzata in un singolo attimo, come la fotografia di ambra di una zanzara giurassica. Allo stesso tempo quell'attimo potrebbe essere effettivamente il personale tocco di scalpello che “scolpisce l'immaginario collettivo”, e meno male che c'è. Chissà cosa ne pensa l'interessato. Chissà se lo ricorda anche lui primo fra tutti, se invece lo odia, o se magari, pensando a quell'eco che gli sopravvive, non gli renda più lieve anche il momento del trapasso. Anche se, qui da noi, Richie mi appare molto in basso nella colonna destra di uno dei siti d'informazione più letti in Italia, una gerarchia che spesso è determinata automaticamente dai clic degli utenti, nello stesso momento in cui in cima svettano Paola Saluzzi ("Il mio rimpianto? Chiesi una raccomandazione") e un approfondimento su una fondamentale app social dedicata alle birre. Vabbè...

 

Se n'è andato Jeff Hanneman. Qualcuno, banalmente, ha evocato un contrappasso dantesco per le terribili modalità con cui ci ha lasciati – che non sto qui a ripetere – alludendo all'immaginario lugubre e a volte horror evocato da tanti pezzi degli Slayer. Ma Hanneman è stato soprattutto un infaticabile compositore di riff “terrificanti” nel senso migliore, materia così viva e stratificata da sembrare un animale in continua evoluzione anche al millesimo ascolto. Uno di quei pochi musicisti dell'era moderna che poteva orgogliosamente dire qualcosa del tipo “ho praticamente inventato un intero genere e a distanza di anni sento ancora centinaia di band in tutto il mondo ed eserciti di chitarristi che continuano a rifarlo e a goderne come matti; senza parlare degli ascoltatori...”. Che piaccia o meno il thrash (con la h, mi raccomando).

 

Se ne sono andati Storm Thorgerson e Ray Harryhausen, che metto insieme. Immaginario in senso stretto e tangibile. Due giganti che si sono cimentati in campi completamente diversi, l'arte grafica e il pionierismo degli effetti speciali al cinema. Senza di loro il mondo che circonda i nostri occhi – dalla pubblicità ai film – sarebbe zoppo forse per più del 50%. Il surrealismo perfetto di Thorgerson si è diffuso soprattutto per quadri, intesi proprio come quadrati delle copertine di album, spesso più indimenticabili degli album stessi (pur indimenticabili!). Vedi Pink Floyd, Led Zeppelin, Black Sabbath, Peter Gabriel, Cranberries.

 

Il perfezionamento della stop motion di Harryhausen è stata una sfida tecnica solo apparentemente vintage. E infatti non è solo un semplice richiamo ai suoi mostri se il ristorante di uno dei capolavori della Pixar, Monsters & Co., sia intitolato proprio a lui, e dietro il bancone del bar ci sia una piovra a sei tentacoli a servire i clienti. L'interazione tra piano reale e simulato, attori contro creature, l'incapacità di accontentarsi, l'applicazione estrema sul singolo frame, sono state tutte avventure nell'ignoto, ancora più ardite di quella degli Argonauti. Più incredibile di questo c'è solo il (colpevolissimo) silenzio con cui alcuni dei succitati media hanno ignorato la sua scomparsa. Nemmeno il boxino più giù della Saluzzi. Parafrasando un altro grande maestro dell'immaginazione, per Ray, per Storm e per tutti gli altri, invece a me viene spontaneamente da dire: “Addio e grazie per tutte le visioni”. Di cuore.

gio, 9 mag 2013 - articolo di Gabriele Guerra

  • Condividi su Facebook
  • postalo su Buzz
  • condividi su FriendFeed
  • segnalalo su Ok Notizie

inviainvia a un amico

Commenti

Ancora nessun commento, vuoi essere il primo?

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento. Per favore, sii educato.

Se sei registrato fai login per far apparire il commento a tuo nome, altrimenti inserisci nome e indirizzo email.


Segnala a un amico via email