Room 237, recensione del documentario su Shining (e I ragazzi della 3a C)

Ero curioso come uno scimmione davanti alla stele nera di 2001: Odissea nello Spazio, tanto per restare in ambito kubrickiano. Erano mesi, infatti, che leggevo meraviglie su Room 237, documentario del 2012 presentato con ottimi riscontri sia alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes che al Sundance, con un “pomodorometro” al 94% su Rotten Tomatoes, e ne volevo avere paura anch'io, volevo sfiorare annusare sfuggire, infine toccare a pieni palmi. Non ho scoperto l'uso della clava, come succede allo scimmione illuminato di 2001, ma devo ammettere che per vari motivi la sua fama è meritata.

 

Non penso sia davvero un documentario su The Shining di Stanley Kubrick e sui suoi significati reconditi e simboli occulti, che pure ci sono. L'autore Rodney Ascher infatti ha messo la sua creatività a completo servizio delle ipotesi di cinque/sei fan(atici) irrimediabilmente persi nella pellicola come in una dipendenza senza ritorno. Con un bellissimo lavoro di montaggio, ralenti, sequenze al contrario, sovrapposizioni, spezzoni da altri film – davvero curato e affascinante – Ascher ha semplicemente magnificato le loro elucubrazioni – per la quasi totalità ascrivibili nella categoria “seghe mentali” – invitandoci a seguirli nel loro viaggio, o meglio trip, nella presunta mappa cerebrale del buon Stanley, più labirintica del giardino di siepi dell'Overlook Hotel, fino a spalancare la porta socchiusa della stanza 237.

 

I suddetti fan(atici) ci hanno visto di tutto. C'è perfino qualche spunto credibile, tra un genocidio degli indiani d'America, un olocausto e il nazismo, i contrasti del regista con la moglie, o addirittura la “confessione” da parte di Kubrick di aver davvero partecipato alla falsificazione dell'allunaggio dell'Apollo 11 (una delle più celebri leggende complottiste che, se non altro, ha avuto il grande merito di ispirare lo stupendo thriller fantapolitico Capricorn One).

 

Alcune di queste analisi partono da dettagli meno che insignificanti, che solo una ricerca frame by frame poteva rivelare, come il poster di uno sciatore che invece nasconde la sagoma del Minotauro (in effetti potrebbe essere, dopo robusta dose di acidi), o una moquette a tema geometrico simile a una base di lancio missili, o una macchina da scrivere tedesca, quindi nazista (?). Continuerei dicendo che l'indagine di Room 237 parla d'altro, di come più un'opera è complessa e stratificata, più si offre alla libera e multipla interpretazione dell'occhio di chi guarda, e...

 

Ma c'è un problema che mi impedisce di andare avanti, un problemaccio tutto riservato al pubblico italiano. Tra le scene di altri film, usate per rimpolpare il filo dei vari discorsi, ricorre anche Dèmoni di Lamberto Bava. Va bene, l'omaggio ci sta. Non fosse per gli attori, però. Perché finisce che tra un ghigno di Jack Nicholson, un agonizzante Keir Dullea e un Tom Cruise alla deriva nella notte, facciano capolino a turno anche loro: Natasha Hovey, la dolce ragazza di Acqua e sapone e Compagni di scuola, Gianguido Baldi, il mitico Alessandro Palladini di Un posto al sole, e Nicoletta Elmi, la rossa de I ragazzi della 3ª C. Un incubo, altro che demoni, sembra uno zapping distratto tra repliche estive dell'italica tv. E addio alle atmosfere misteriche di Room 237.

mer, 26 giu 2013 - articolo di Gabriele Guerra

Tag: stanley kubrick

Commenti

Nessun commento.

I commenti sono chiusi.

Segnala a un amico via email