Sulla metro di Lisbona, uno squarcio nel buio

Partendo per il Portogallo, questa estate, sapevo già che avrei visto posti splendidi, respirato architettura e storia, mangiato dolci pazzeschi e bevuto liquori preziosi come la Ginjnha, incontrando gente cordiale e ospitale. Sapevo, ovviamente, anche dell'inevitabile immersione in una musica dolce e malinconica – il fado – che mi avrebbe accompagnato ovunque, anche nelle cuffiette di alcune audioguide, una musicalità intrinseca all'idioma, così scivoloso e armonico. Non mi aspettavo, però, di assistere dal vivo, e all'improvviso, all'esibizione di uno dei più grandi artisti contemporanei.

 

Qualcuno penserà a scenari come la splendida Casa della Musica di Lisbona, il Teatro Nacional o simili, e invece no. Lui è un artista di strada. Anzi, di metropolitana. Si è fatto avanti come un lampo nel buio, lui che immerso nel buio ci vive ormai in pianta stabile e chissà se da sempre. È appena un ragazzo. Davvero malmesso, il difetto agli occhi è più che evidente, tanto che potrebbe tranquillamente limitarsi a chiedere l'elemosina con una formula standard, eppure non si ferma lì. Il ragazzo canta, a modo suo, e tesse un intreccio di ritmi, sempre a modo suo, mai come in questo caso solo suo.

 

Il tipico bastone bianco dei non vedenti è stato sostituito con una specie di mazza di scopa, ben più spessa e corposa. Continua a mandarlo in avanscoperta per perlustrare il metro di mondo davanti a sé, è ancora il suo radar, ma è diventato anche il suo basso e grancassa, perché lo percuote a tempo, dritto verso il pavimento, come se stesse scavando le fondamenta del suo sound. Con la stessa mano del bastone regge anche un bicchiere di plastica o di cartone, dentro cui tintinna qualche spicciolo, come un charleston, mentre con l'altra mano suona il lato del bicchiere-rullante con una bacchetta. E intanto cammina.

 

Si fa avanti tra la gente che si apre come il Mar Rosso, anche nell'ora di punta. E ogni tot passi, anche senza toccarlo col bastone-cassa-sonar, sa di essere esattamente all'altezza del sostegno “apposito per reggersi” verticale di metallo, e così suona anche quello con un colpo secco, come il fragore dei piatti. E intanto canta. Non è melodioso come sanno essere i portoghesi anche quando semplicemente parlano. Il suo è un mantra, una litania, un sommesso rap di dolore, anche se non colgo il senso di alcuna parola. Mi arriva l'essenza di quell'insieme scombiccherato: basso, tintinnio, quarti e colpo di piatti, litania. Il ragazzo sta esprimendo qualcosa dal profondo e quella cosa mi scuote, come succede al turista svedese e a quello nippocoreano, e anche ai pendolari del luogo, la prima volta che l'hanno ascoltato. Ripeto: nulla cambierebbe se chiedesse semplicemente l'elemosina con formula standard. La differenza non sono i soldi. Canta su quel ritmo da equilibrista perché ha bisogno di farlo e di raggiungere in qualche modo gli altri. E intanto vede.

ven, 19 ott 2012 - articolo di Gabriele Guerra

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