Ėjzenštejn, Einstein e relatività del tempo filmico

Quanto dura? Quanto dura? Quanto dura? Risuona puntuale – quattro, nove, quindici volte – la domanda in sala, ogni qual volta ci si appresta ad assistere a una proiezione riservata alla stampa, o critica cinematografica che dir si voglia. La risposta corre veloce di bocca in bocca, istantanea, tramandata per tradizione orale dal primo arrivato, che come prima cosa infatti ha controllato sul pressbook il minutaggio del film, un dato ritenuto così importante che ormai compare quasi prima del nome del regista. 87 minuti: fantastico. 95 minuti: dai, poteva andare peggio. 116 minuti: porca miseria. 148: svenimenti. Dai 155 in su: imprecazioni non riferibili. Poco o nessun interesse sul cast, sul costumista, sul curriculum del direttore della fotografia, e quant'altro.

 

Questa curiosità quasi morbosa per la durata del film – sgombrando subito il campo dal dubbio che sia percepita come tempo perso... ma tenendoci il dubbio – è davvero un'interessante anomalia, a maggior ragione se proviene da gente che di film ne vede parecchi. Mai come al cinema il tempo è relativo. Un film è innanzitutto ritmo. Lo sceneggiatore, il regista e il montatore potrebbero essere proprio considerati degli affascinanti alchimisti del tempo, in grado di sminuzzarlo, governarlo, rallentarlo, ricomporlo, come se stessero miscelando pozioni. Ma non sempre trasformano il piombo in oro. Così, dal mio punto di vista, e forse solo mio, Forrest Gump (142 minuti) passa in un battibaleno. I fantastici viaggi di Gulliver somiglia a un patimento infernale di dantesca memoria, eppure dura appena 85 minuti. Il curioso caso di Benjamin Button sembra non finire mai, combaciando abbastanza fedelmente con i suoi 166 minuti.

 

Quale che sia la percezione del singolo, dunque sempre su misura del suo gusto, quella domanda però continua a risuonare universale. Della fretta di scappare via al primo accenno di titoli di coda (forse per concludere importanti affari con la borsa di Tokyo) ne parlammo già tempo fa, e ci potrebbero essere motivi simili dietro la preoccupazione nascosta nel fatidico quesito. Oppure, come dato di fatto, i critici prediligono comunque i film brevi — altrimenti perché reiterare il loro Quanto dura? — e chissà che inconsciamente non tendano anche a premiarli nelle loro recensioni. Provocazione per il marketing hollywoodiano: puntare tutto su chiari, sintetici, fastosi cortometraggi.

ven, 21 set 2012 - articolo di Gabriele Guerra

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