Addio a Lucio Dalla, un ricordo

Milioni di note, migliaia di parole, testi e poesie mandati a memoria. Questo lascia un grande della canzone d'autore italiana come Lucio Dalla. Non solo. Oltre il "tangibile" messo nero su bianco su spartito, lascia miliardi di emozioni, piccole e personali, di vita vissuta, "amplificate" da quelle note/parole. E così una notizia triste, così "fuori luogo", fa scattare come un'eco anche un sorriso, praticamente in ciascuno di noi, depositari di uno di quei ricordi privati, legati a una di quelle canzoni, ascoltate in quel dato luogo, in quel giorno, in quella circostanza, che tutti abbiamo istantaneamente rivissuto. Non solo i fan più accesi, ma un pubblico vasto come un intero popolo, moltiplicato per gli anni di attività, che non sono stati certo pochi.

 

Ognuna di queste emozioni aggiungerà qualcosa di infinitesimale al dibattito storico e artistico in cui i più preparati, a vario titolo, dai critici musicali agli studiosi del costume, si sbizzarriranno di qui in avanti, ma piuttosto si somma a formare quello che si dice "patrimonio comune", che è forse la cosa più importante. E' una reazione d'istinto, di cuore, che forse ci illude anche di poter condividere qualcosa con il personaggio inarrivabile, ora più che mai, con l'illusione di essere soli, noi e lui, e di poterlo salutare per un'ultima volta.

 

La mia reazione di cuore, quella che appunto aggiunge l'infinitesimale a tutto il resto, forse anche meno, è stata cercare una foto dispersa in chissà quale back-up di dati di un vecchio computer. Ci ho messo un po', ma alla fine è saltata fuori. E' uno scatto "interlocutorio" di Pasquale Modica, un grande fotografo di musica. Lui di spalle, la giacca di velluto e l'inconfondibile zuccotto. La mano che regge il registratore è la mia. E puntuale, insieme alla riscoperta della foto, è tornata, tonda e integrale, tutta l'emozione di quel giorno abbastanza lontano, in cui ho avuto la fortuna di intervistare Lucio Dalla. Per inciso: fu una delle più piacevoli chiacchiere mai scambiate con un cosiddetto "big". Ma quello che mi torna, adesso, è soprattutto altro, e riguarda il contorno. Innanzitutto lo scenario felliniano, un grandissimo teatro completamente vuoto. Poi la fortuna di assistere a delle prove di scena: lui regista, due attori e la base musicale che andava, nessun altro. Infine sì, anche la persona. Poter toccare da vicino l'entusiasmo e la freschezza in quel ruolo per lui nuovo, forse anche un po' improvvisato. La sua spontanea tendenza ad accorciare immediatamente la distanza. "Possiamo darci del tu?". E lui: "Ma che cazzo dici? CERTO!". L'energia contagiosa di uno che ormai, volendo, poteva starsene "seduto" ad aspettare, e che invece andava incontro al presente sempre con estrema partecipazione e curiosità. Tipo: "Sai, quando mi trovo a comporre nel mio studio di registrazione, io ormai più che da un giro di pianoforte sono stimolato da un piccolo loop elettronico". Oppure: "Il grande cinema ideologico esiste ancora, ma secondo me è nascosto proprio nei blockbuster americani. Prendi Matrix!". Cioè uno dei miei film preferiti. E così via...

 

L'avevo detto che non aggiunge nulla al totale. Ma dentro a quella tempesta di cose che si sono scatenate oggi ci stiamo per forza anche noi, tutti insieme. Sicuramente molto prima dei discorsoni e di quegli stanchi coccodrilli, che a volte invecchiano in rampa di lancio per anni, e altre volte, come questa, purtroppo tornano utili fin troppo presto.

gio, 1 mar 2012 - articolo di Gabriele Guerra

Tag: Lucio Dalla

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