Italia Wave in Puglia, 25 anni di onda

16 luglio

Dopo le pillole di HJF, missioni lunari a Lucca, eccoci all'ultimo superstite dei grandi festival italiani, quelli che un'identità ce l'hanno. Un'identità che si è leggermente diluita nel vario girovagare che, lontano dalla patria Arezzo, ha portato negli ultimi anni questa Wave di amore per la musica prima a Firenze, poi a Livorno, infine qui a Lecce. L'Italia Wave a queste latitudini ci sta comunque bene. I vari palchi e location ormai storici, come una bussola per chi conosce il festival, sono un po' frammentati fra lo stadio e il mare, ma per fortuna ben collegati. La serata di sabato al Main Stage viene introdotta da un vero genio tra il pubblico, con uno degli sms che passano sul mega schermo: lu sole, lu mare, lou reed. Ed eccolo Lou, il grande vecchio, headliner al contrario, anticipato alle 21 anche per rispetto delle sue stanche membra. La band è corposa, numerosa e affiatata, pronta a dilatare strumentalmente i brani, sempre per far rifiatare un pochino Mr. Reed. Tutto diventa un semi spoken / spoken completo, anche perché quando il direttore d'orchestra prova a melodizzare qualcosa stona implacabile, ma va benissimo così. Tutto è relativo, come il tempo, con un sabato notte che repentinamente può diventare un applauditissimo Sunday Morning. Luca Ferrari intanto appare tranquillo in mezzo al pubblico, insieme al quarto Verdena Omid Jazi, forse per carpire qualche trucco al collega di batteria Tony Thunder Smith. Disponibile e amabile anche con le fan che discretamente vogliono una foto insieme.

 

Tra fine Lou Reed e l'attesa per i Verdena, arrivano i Vivendo de Ócio, da Bahia. Propongono un rock semplice ma vivace e coinvolgente, costruito sulle evoluzioni del tarantolato batterista, cantato giustamente in brasiliano stretto. Giovanissimi, masticano l'italiano nonostante siano per la prima volta qui e riconoscano un che di familiare ne lu sole, lu mare e lou reed di Lecce. Poi anche tra i loro brani appare un chiaro omaggio alle nostre atmosfere spaghetti western, che non a caso si intitola Por um Punhado de Reais (sperando di averlo scritto bene). Strokes do Brasil, molto simpatici.

 

Acclamiamo definitivamente Razzi arpia inferno e fiamme canzone italiana dell'anno, anche se mancano ancora cinque mesi il primato ci pare inattaccabile. All'inizio si è fatto un gran parlare di ciglia rock nel testo, che non mi piacevano. Vanno benissimo i testi metrici sonici e non-sense, ma fino a un certo punto. Poi si è scoperto che le ciglia non ci sono. In un testo tutto tronche più, Gesù, giù, c'è giustamente un futuro qualunque, a caso. E ora quanto mi mancano. Le aspetto sempre, in un album profluvio come Wow, in mezzo a tante gemme come Miglioramento, Nuova luce, Le scarpe volanti, io aspetto avidamente le ciglia rock, facendo finta che la frase sia proprio quella, e la canto. Stessa cosa dal vivo, ancora un bel live. Anche questo a volte non-sense metrico sonico, insomma imperfetto. Come quando dopo i saluti, le luci e la musica di sottofondo, gran parte della gente che se ne va, i Verdena tornano per un bis a sorpresa. Forse. Alberto sta per rinunciare, sigaretta in bocca, e poi finalmente va bene, lo concede. Paganini mancato.

 

17 luglio

Il pomeriggio allo Psycho Stage si lascia piacevolmente surriscaldare da una buona sequenza di band nostrane, chiusa alla grande dagli ottimi Calibro 35. A dimostrazione che quando ci sai fare anche un genere cinematografico, poliziottesco, da chiuso, invernale, da club fumoso, funziona bene pure all'aperto, in pineta, al solleone estivo. Al limite Milano spara e la Polizia s'incazza a Lecce. Tutto ciò per introdurre nel migliore dei modi una serata, questa invece al Main Stage, che è di grandi celebrazioni per i 25 anni del festival. E infatti accorrono parecchi nomi che qui sono praticamente di casa, forse troppi, perché così sono costretti a suonare pochino. Benvegnù di classe. Marta sui tubi acrobatici. La Donà autoritaria. Modena e Mau giustamente festaioli. Silvestri in forma, ma forse più degli altri penalizzato dal non poter dispiegare un vero percorso dentro al suo concerto. Barricadero nonostante tutto, sempre ironico e impegnato. Poi è anche passata la mezzanotte, quindi ormai può dire domani, perché l'indomani, il 19 luglio, fanno 19 anni dalla morte di Paolo Borsellino. Per cui festa sia, ma si canta anche L'appello. E, tanto per ribadire, lo gridiamo anche noi: dove cavolo è finita l'agenda rossa? Arrivederci chissà dove. Ci auguriamo qui per gli amici salentini. Ma forse anche ad Arezzo, per tornare prepotentemente l'Italia Wave della prima ventina.

 

photo credit Photowave

mar, 19 lug 2011 - articolo di Gabriele Guerra

Tag: Italia Wave

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