Heineken 3: Vasco Rossi, Rossi Vasco, Vasco e basta

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HJF Day Three, cronaca quasi seria. Non si ricordava a memoria d'uomo un'esibizione pre-Vasco come quella degli All Time Low. Dove abbiamo visto fallire fior di nomi (e spesso volare bottiglie impazienti), questi quattro classici ragazzotti americani cresciuti a pane e Blink si sono presentati senza timori reverenziali, dritti al punto, quadrati ed energici, facendosi addirittura ben volere dal popolo vasconiano che di solito non ne vuole sapere di ingolfarsi le orecchie con "altra roba". Miracoli di un pop-punk genuino e senza pretese.

 

Intanto, già da ore tre posti della tribunetta stampa sono tenuti misteriosamente occupati, finché a pochi secondi dal via il VIP non si palesa, nascosto da un grosso cappuccio da cavaliere Jedi. E' Obi Wan Zucchero. Ed ecco che arriva Vasco a salvare il festival, facendo più presenze lui che le due giornate (sotto tono) precedenti, con la collaborazione di Giove Pluvio, annunciato da giorni come minacciosa guest, ma assente all'ultimo momento pare per un anticipo dell'anticiclone. Sulle prime l'ingresso barcollante di Vasco mi ricorda l'Eddie animatronico che irrompe sul palco degli Iron Maiden. Poi, come per incanto, il pupazzo prende vita, canta, sbiascica, chiacchiera anche, e non ce n'è più per nessuno.

 

Il segreto — banalissimo, e scusate se ci arrivo così tardi — dietro il fortissimo legame tra Vasco Rossi e il suo pubblico, sta nella convinzione pazzesca, anche al millesimo giro, che questo quasi sessantenne ancora ci mette nel comunicare attraverso alcune sue canzoni (diciamo quelle più datate). Quando canta "E intanto i giorni passano e i ricordi sbiadiscono e le abitudini cambiano. E' stato splendido", ci soffre, e ci gode allo stesso tempo, proprio come la prima volta. E la gente piange. E se invece magari si annoia un po' a ripetersi, allora s'inventa un medley tutto dance mischiando Rewind/Ti Prendo e Ti Porto Via/Gioca Con Me/Delusa (con Berlusconi al posto di Boncompagni, senza problemi di metrica né di senso). E la gente balla. Oppure, al milleunesimo giro di Vita spericolata, non si fa problemi e dissacra il sacro cantandoci la battuta "Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, e ognuno in fondo perso dentro a Feisbùk". E la gente ride.

 

Prima, però, metà concerto se n'è andato via "sacrificato" sull'altare del repertorio recente, quasi tutto l'ultimo album Vivere o niente, dal punto di vista compositivo assolutamente elementare, diciamo anche puerile, diciamo pure nullo, salvato solo da una band stratosferica. Sarà pure un hard rock pulitissimo e standardizzato, ma tra Solieri-Burns, il magnifico basso di Claudio Golinelli, la batteria del mostro Matt Laug, vari coristi e tastieristi, più che di band parlerei di orchestra, che non a caso si esibisce anche in un siparietto operistico niente male.

 

Vasco ogni tanto rifiata. Un'arringa contro il governo si trasforma in un appello a non dare mai per scontata la libertà, anche a costo di morire, come hanno fatto per noi migliaia di persone 40 anni fa, poi si corregge, 50 anni fa, poi lo correggiamo noi, diciamo più di 60 (a meno che non stesse parlando dei Vietcong e non della Resistenza).

 

Per il gran finale scendo nel "polmone", la parte sottopalco dove il mattiniero popolo del braccialetto può respirare e stare più vicino al suo idolo, e annoto sociologicamente una cosa mai vista. In appena un fazzoletto di metri quadrati, in mezzo a tanti altri fan "normali", conto almeno quattro coppie assortite genitori-figli. Padri e madri insieme a bimbi e bimbe, un range che va dagli 8 ai 60 anni, e tutti cantano, ondeggiano, divertendosi nell'assoluta condivisione del momento. Altro che whisky al Roxy Bar, è questa la vera combriccola del Blasco. Punto.

dom, 12 giu 2011 - articolo di Gabriele Guerra

Tag: Heineken Jammin' Festival

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