Heineken 2: Elbow, Verdena, Interpol, Fibra, Negramaro

HJF Day Two, cronaca un po' più seria ma non troppo. Le anomalie da festival estivo stabiliscono che alle 15:50, subito dopo i vincitori del contest per gli emergenti, debbano suonare gli Elbow, davanti a 13 persone. Per la critica mondiale — e mi ci metto anch'io — gli Elbow da Manchester potrebbero fare tranquillamente da headliner al posto dei Coldplay. Poi contano anche le vendite, ovvio. E conta, purtroppo, anche che il frontman Guy Garvey abbia un giro vita un po' più abbondante rispetto a quello di Chris Martin. Ad ogni modo Guy si conferma un grandissimo e tenta di coinvolgere con ogni mezzo i 13, riuscendovi in pieno. Un po' il magnetismo dei brani, un po' la voce fantastica, un po' il mestiere da performer vero. Intanto il quartetto d'archi che ha accompagnato la band nei primi pezzi è sceso dal palco passando dalla parte del pubblico, che dunque sale a 17 unità. Tra questi si fanno notare anche quattro giapponesi, che non penso siano venuti apposta da Tokyo solo per gli Elbow, anche se uno di loro canta tutte le canzoni a memoria. Applausi convinti, alla fine saremo una trentina.

 

I Verdena fanno da raccordo tra il rock d'autore mancuniano e quello spigoloso, forte e newyorchese degli Interpol. Alberto Ferrari alla voce è molto maturato. Le atmosfere hard rock, le melodie psichedeliche e vintage dell'ultimo Wow si ritrovano intatte sul palco dell'Heineken. Peccato per la solita sciatteria tra un pezzo e l'altro, che proprio non vogliono curare. Tipo Alberto che sbiascica "dedico questo pezzo..." e poi non finisce la frase. Forse c'è un po' di Liam anche in loro (vedi ieri). Comunque sia, a riprova della bontà del loro set, anche i giapponesi di cui sopra (che di sicuro non sono venuti da Tokyo per i Verdena) si fanno catturare e battono il piedino. Ottimo segno.

 

Gli Interpol si chiudono a riccio protetti da un sound compattissimo, costruito tutto intorno alla sezione ritmica, roba di acciaio temperato, su cui la voce di Paul Banks, baritonale e definitiva, si appoggia alla perfezione. Aggiungere una corposa spruzzata di chitarre — Daniel Kessler ne vanta una colleziona stupenda — e il risultato è assicurato. Anche qui, anomalia da festival estivo, si parlerebbe di papabili headliner, ma va bene così.

 

In una giornata a tutto rock arriva la soluzione vivente del giochetto Scopri l'intruso. Fabri Fibra non l'ho mai capito. Ammetto, confesso e non mi giustifico. Limite mio. Però anche lui. In teoria vorrebbe fare "controcultura", rompere gli schemi, risultare scomodo, fare denuncia sociale, poi nei 3/4 delle canzoni parla solo di se stesso, chiamandosi proprio per nome e cognome (cioè, insomma, per nome d'arte) e addio società. Oppure mette dentro a 3 parole un appello per l'acqua pubblica e dopo poco dice "non voto". Oppure sottintende qualcosa di grosso, ma poi rimane una mezza verità, come sempre succede In Italia. Musicalmente è uno spettacolo in 2D, con basi scarne, quasi in sordina, e voci a volume altissimo. Per dire: Tranne te, che comunque su disco è un pezzo più che intrigante, dal vivo ne esce pesto e appiattito come una sogliola. Il pubblico in ogni caso è entusiasta, quindi Fibra ha ragione. Tra lo stesso pubblico poi però scorgo anche Marco Materazzi, un altro che non ho mai capito. E allora tutto torna.

 

Dopo aver visto in hotel i Negramaro a pranzo, a cena, che firmano autografi, prendono il sole, finalmente vedo i Negramaro su un palco, e che palco. La band è alla riprova del nove dopo la delicata operazione alle corde vocali di Giuliano Sangiorgi. L'affetto dei fan si riversa strabordante sul frontman. Di rimando, grandi romanticherie e sdolcinature musicali travolgono migliaia di coppiette sognanti. In pratica il pubblico è sognante a due a due. Poi, ogni tanto, viene risvegliato da accelerazioni e ipertrofia stile Muse. Ma il momento clou arriva con la leggiadra apparizione di Elisa, quasi come un commovente miraggio, che duetta, anche improvvisando, con Giuliano e gli altri. Peccato per i giapponesi, che al primo beat di Fibra se ne sono andati via. 

sab, 11 giu 2011 - articolo di Gabriele Guerra

Tag: Heineken Jammin' Festival

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