Tanto free Tibet e poco Xinjiang

La crisi nello Xinjiang non suscita grossi clamori, non si scomodano rockstar né mega concerti di sensibilizzazione, non sventolano bandiere colorate (chissà come sarà fatta la bandiera degli uyghur), gli appelli sono pochi, anzi nessuno. Nel nostro piccolo rispolveriamo questo blog, pubblicato in origine nel febbraio 2008.

  • Condividi su Facebook
  • postalo su Buzz
  • condividi su FriendFeed
  • segnalalo su Ok Notizie

inviainvia a un amico

Circa una decina di anni fa, proprio quando si apprestava a compiere il suo primo salto anche commerciale verso le grandi masse, la Rete fu reclamizzata come una grande finestra aperta sul mondo, il mezzo con cui, standosene comodamente seduti a casa, era possibile viaggiare e visitare i luoghi più belli e lontani del nostro pianeta. Neanche fosse il teletrasporto. Trovai un po triste quel genere di pubblicità, e ho continuato a pensarlo per tutto questo tempo. Se hai viaggiato anche solo una volta sai benissimo che nulla può sostituirsi alle soddisfazioni e alle emozioni di un viaggio vero, men che meno quel surrogato fatto di qualche fotina, codice html e una manciata di link di approfondimento. Dovè il vento degli Appalachi che ti gela la faccia? Dove sono i discorsi fatti a gesti con i due timonieri tipo Dersu Uzala che ti guidano per giorni su una zattera persa lungo un affluente del Mekong? La favola del viaggiare grazie a internet era una grossa bufala, senza se e senza ma.

 

Il tempo è passato, la banda si è fatta sempre più larga e sempre più capillare, anche grazie al wi-fi, e le possibilità di viaggi simulati si sono perfezionate. Qualche virtual tour allavanguardia, foto panoramiche da esplorare a 360 gradi, lo straordinario volo libero di Google Earth, alcune mappe tanto dettagliate da poter atterrare al livello del piano stradale, ma ancora niente, nessun vero distacco dalla realtà di tutti i giorni, primo presupposto per potersi dire veramente in viaggio.

 

Poi, assolutamente per caso, inciampo nel sito di un fonico, Fausto, americano di origini honduregne, che come John Travolta in Blow Out, o il protagonista di Lisbon Story di Wenders, tutto registra, tutto filtra attraverso il suo microfono per poi metterlo a disposizione delle orecchie degli altri. Ecco la chiave: ci vogliono i suoni, non le immagini. Sapete, a Urumqi la città più lontana dal mare di tutta la Terra, nel nord della Cina, dove vive Fausto verso sera c'è qualcuno che libera i piccioni dalle gabbie in cima ai palazzi, gli stormi volano in cerchio seguendo un piccione capo che ha sulla schiena un fischietto che sibila a ogni colpo dala, e lunione di tutti i sibili di tutti gli stormi dà vita a una sinfonia incredibile; poi ci sono i vecchi al parco che giocano a dama, le pedine che scricchiolano sul legno, ogni mossa una battuta degli anziani; infine cè un ragazzo di etnia Uyghur che accompagnato solo dalla sua chitarra poverissima, poco legno e quattro corde al massimo, intona un canto russo potente e circolare, parole sconosciute che forse parlano di nostalgia, rancore e di una terra promessa perduta chissà dove. Grazie a Fausto, grazie alla chitarrina del ragazzo e perché no, anche grazie a internet sono laggiù. Quello spicchio di terra e smog, nella regione dello Xinjiang, ha davvero inondato la stanza e la mente. Forse non è come viaggiare, ma quasi. Di sicuro ti fa venire voglia di preparare uno zaino e partire.

lun, 13 lug 2009 - articolo di Gabriele Guerra

  • Condividi su Facebook
  • postalo su Buzz
  • condividi su FriendFeed
  • segnalalo su Ok Notizie

inviainvia a un amico

Commenti

Ancora nessun commento, vuoi essere il primo?

Lascia un commento

Inserisci il tuo commento. Per favore, sii educato.

Se sei registrato fai login per far apparire il commento a tuo nome, altrimenti inserisci nome e indirizzo email.


Segnala a un amico via email