Dischi volanti di vinile

Ci sono dischi quasi mitologici che dovrebbero essere abbandonati in una bolla temporale come astronavi alla deriva, lasciati naufragare nello spazio profondo, nero come il vinile, affidando le residue speranze di comunicazione con la Terra, e le generazioni future, al graffio di migliaia di solchi ormai annichiliti dalla polvere. Se ne dovrebbe conservare solo il ricordo, tenendoli

lontano anni luce dal pericolo di rimasterizzazioni, cofanetti e altri allegati, soprattutto allapprossimarsi del Natale. Ma ci sono riedizioni che ti fanno ricredere immediatamente, costringendoti ad abbandonare romantici scenari da fantascienza per tornare sul terreno della Storia, e riconoscere il valore del recupero, come succede in questi giorni con il doppio live Fabrizio De André & PFM in concerto.

 

Per mancanza di spazio bisogna per forza sorvolare sul valore del documento sonoro, restituito con forza e splendore dal nuovo mixaggio e masterizzazione delle tracce originali, per parlare di un altro documentario, quello visivo. Cè un dvd con il film del concerto, penserà qualcuno. Da deludere immediatamente, o forse no. Perché ci sono le foto di Guido Harari, molte delle quali inedite, in un denso libretto arricchito da scritti di Franz Di Cioccio, dediche di Fabrizio e altre memorie collettive. Foto che raccontano unepoca in poche mosse: dagli scatti live, sgranati, caldissimi, con il palco spoglio, le assi di legno e le cicche spente, a quelli dietro le quinte, come Fabrizio che riposa appoggiato a un termosifone di ghisa, o in posa, risolte forse in cinque minuti in un semplice camerino con specchio.

 

Poi una foto con il cantautore ripreso di spalle e il pubblico davanti, che diventa il protagonista. Ti viene da scorrere nel dettaglio tutti i volti, invidiarli per il quando e il dove avevano la fortuna di trovarsi, e chiederti dove siano oggi, se a qualcuno magari capiterà di riconoscersi in quella foto. Ti viene da fare come Robin Williams ne LAttimo Fuggente, quando ripete carpe diem davanti ai ritratti depoca del college. È un pubblico vicinissimo ai musicisti, in tutti i sensi. Stesse barbe, stessi baffi e capelli lunghi di chi è sul palco. Anche fisicamente è a non più di un metro dallartista giustamente stimato, non il cieco idolo sponsorizzato, e senza il filtro di transenne e ipertrofica sicurezza. Alla fine degli anni 70 bastavano quattro date, un Teatro Tenda a Firenze e un Palasport a Bologna, e unidea bislacca unire il repertorio di un incredibile autore alle capacità strumentali e agli arrangiamenti di una band di appassionati virtuosi per fare il miracolo. Certi dischi sono davvero astronavi alla deriva nello spazio, ma vanno riportati sulla Terra per farli suonare ancora.

ven, 9 nov 2007 - articolo di Gabriele Guerra

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